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Ogni individuo è il prodotto della società in cui vive. Può sembrare un’affermazione banale, ma pensate che si è arrivati a questa consapevolezza dopo decenni di studi antropologici e politici condotti dai grandi filosofi – e non solo – del ventesimo secolo (Durkheim, Foucault, ecc…), analizzando il rapporto fra gli atti e le cause sociali che li determinano. Dopo la Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti sono diventati epicentro di conflitti e palcoscenico di eventi che hanno definito una nuova epoca, ovvero la lotta al terrorismo e lo scontro interno dovuto al possesso legle di armi, prima causa di morte nel paese; testimoni di questa realtà al collasso, in un immaginario che oscilla dall’inquietante al grottesco, sono proprio i figli nati alla fine degli anni Ottanta, anestetizzati dal vuoto della loro generazione, stregati dall’american dream e sballottati da una parte all’altra della loro esistenza frivola e inconsistente. Quali siano le responsabilità delle istituzioni – chiesa, famiglia, politica – e quali possano essere i giusti provvedimenti da prendere per un maggiore controllo, sono ancora domande aperte.

Il primo film di Brady Corbet, The Childhood of a Leader, poneva un passaggio fondamentale del Novecento – la redazione del trattato di Versailles del 1919 – come l’elemento determinante nella formazione di un giovane; in Vox Lux, secondo lungometraggio in concorso a Venezia 75, sono tre avvenimenti a cavallo fra il 1999 e il 2017, a decretare le speranze della protagonista Celeste, sopravvissuta, popstar, vittima e mostro: il massacro della Columbine High School, l’attacco alle Torri Gemelle e un’indefinita strage sulle spiagge croate. Ed esattamente come l’antesignano Prescott della pellicola precedente, qui la ragazza diventa testimone di un disagio sociale che non ha nome né forma, ma concrete ripercussioni sulla storia contemporanea, come ferite che lasciano cicatrici superficiali sulla pelle. Le puoi coprire, ma non le puoi dimenticare.

Che questo giovane regista avesse trovato un modo interessante per parlare di certe parentesi storiche e riflettere su temi universali di radice letteraria era evidente già da The Childhood of a Leader, e nemmeno ci stupisce che un filmaker classe ’88 possa aver assorbito così bene tutta la contraddittoria politica americana dell’ultimo ventennio; tuttavia ciò che si rafforza in Vox Lux è l’idea di cinema “immagine” e non “risposta”, di suggestioni che aggrediscono lo spettatore richiedendogli uno sforzo critico più consapevole, diverso da un revisionismo di genere alla Sofia Coppola o alla Gus Van Sant (che sulla perdita dell’innocenza e sulla società-incubo hanno basato gran parte della loro filmografia) e senza tempo.

Gli orrori e le contraddizioni americane, il senso della tragedia, la rivoltante fotografia della cultura mediatica – che è colonna sonora di vita e di morte per eccesso – vengono presentati come fenomeni derivanti dalla stessa matrice: una società/laboratorio spettro del terribile. Dell’onda di terrore che nel 1980 invase l’America (come minacciava la locandina di Shining, forse citato da Corbet in Vox Lux) non c’è più traccia, ma solo il rumore di fondo e l’inquietudine latente di una canzone pop.

4 Settembre 2018
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