Recensioni

Come mostrano i titoli di testa, Redacted è una fiction ispirata ad un fatto vero che è stato, appunto, “redacted”, ovvero censurato. Dopo una quindicina d’anni De Palma racconta gli stessi fatti di Vittime di guerra (1989) e, si sa, la storia si ripete e crea nuove vittime di guerra. Il 12 marzo 2006 a Mahmudiyah, in una casa vicina al checkpoint, un gruppo di cinque soldati americani stuprarono e uccisero una ragazzina irachena di quindici anni, Abeer Qasim Hamza, dopo averne ammazzato la madre, il nonno e la sorella di sette anni. Questo è il fatto vero alla base del film.

In America raccontare un fatto vero connesso ad una guerra, per di più in corso, vuol dire prima di tutto attirarsi una marea di polemiche. Nella sua trasmissione su Fox News Bill O’Reilly ha, per esempio, sostenuto che il film potrebbe portare ad ulteriori drammi e che, se così fosse, De Palma potrebbe addirittura essere accusato di tradimento della patria (In Cineaste vol. XXXIII, n. 1, Winter 2007, pag. 10).

Inoltre vuol dire scontrarsi con un fatto molto importante: la censura, perché non tutte le immagini possono essere viste, soprattutto quando mostrano violenza, sangue, sofferenza. I morti, i propri ma anche quelli degli altri, devono essere censurati. Il film finisce, infatti, con una sequenza di still images intitolata Effetti collaterali– li si può recuperare cliccando su Google “Irak War Casualties” – che mostrano persone ferite, sofferenze e dolore veri ma censurati. Solo l’ultima di questa serie è falsa ma non censurata ed è l’immagine di Farah (la ragazzina uccisa interpretata da Zahara Al Zubaidi) che è stata scattata da una fotografa molto brillante in America, Taryn Simon, sulla base della vera controparte. Su queste foto De Palma aveva le mani legate: per ragioni legali Mark Cuban (HD-Net) e la Magnolia Pictures hanno insistito sulla censura perché non c’era la delibera sulla pubblicazione delle foto e non c’era possibilità di ottenere un’assicurazione a riguardo. Così nell’ultima sezione abbiamo foto vere censurate e una finta che ricrea in tutto e per tutto quella vera ma non censurata. Ciascuno ne tiri le somme.

La stessa operazione di esatta riproduzione è stata fatta nel caso dei blog, dei video postati su Internet, dei website, dei telegiornali ecc. Emblematico, in questo senso, il video della blogger Wild Bill, che nel film è interpretata da Abigail Savage, che ripete esattamente le parole e gli improperi del video postato su YouTube. O anche per la confessione del soldato incappucciato o per l’uccisione al checkpoint della ragazza incinta abbiamo lo stesso meccanismo di riproduzione. A proposito di questo tipo di estetica (che ha reso il film inadatto alla distribuzione…), un certo critico francese dei Cahiers, Emmanuel Burdeau – in Cahiers du Cinema, n. 631, feb 2008, pag.10 – ha parlato della fine di una fase e dell’inizio di una nuova nel cinema che, in realtà, è più retorica che estetica: non più interrogarsi sulla natura dell’immagine, neppure recitare il catechismo del virtuale – tutto è simulacro – quanto, per una volta in maniera perentoria, asserire che l’immagine è reale (ecco appunto la retorica), fiction senza dubbio ma non menzogna, atto affermativo dell’arte quando dice il vero. Le immagini sono là, basta guardarle o cercare un modo per farlo, andare il più possibile alla fonte e così farla finita una buona volta con tutte le ambiguità, asserire un ritorno all’immagine zero. Potremmo contrastare questo punto: forse è così che parla – in maniera perentoria, interpellandoci tutti con la sua apparente innocenza di constatazione – il mito. Ci troveremmo, così, di fronte ad una nuova falsificazione, un altro discorso parziale… Comunque sia l’intenzione più profonda di De Palma era denunciare in modo molto lineare una situazione: cosa stiamo facendo laggiù? Come fa una persona in patria a sapere cosa veramente succede al proprio marito, padre, fratello, figlio mandato per “giusta causa” a difendere la democrazia? Dove sono le fotografie, i documenti, le facce e le parole non redacted? Come si fa a smettere di vivere e vedere le cose dalla Green Zone?

QuIl film è pieno di riferimenti: la leggenda riguardo all’inevitabilità del destino (che appare in Appointment in Samarra di John O’Hara del 1934); nel dialogo si riprende ClerkseSalvate il soldato Ryan; nell’immagine dello scorpione divorato dalle formiche c’è Il mucchio selvaggio. Ma quest’ultima è più un’ammonizione che una citazione diPeckinpah. In un’intervista De Palma dice una cosa lampante a proposito: “Here’s a contemporary issue: This whole idea of living on credit. (…) Living on credit is a way of postponing everything till tomorrow”…Ecco perché mostrare il più forte divorato dai deboli appare come lo spettro di una minaccia che vuole spingerci ad essere più consapevoli delle conseguenze delle nostre azioni. Infine la Sarabande di Haendel che Kubrick usò perBarry Lyndon(con l’obiettivo del rallentamento del tempo) e qui, con lo stesso scopo, per far emergere quanto collera e frustrazione possano essere il risultato di una tremenda noia e di una mancanza di prospettive.

Ma c’è di più. Quell’inserimento di Haendel avviene in corrispondenza di un falso documentario francese sulla vita nei checkpoint. Questo documentario è volutamente pretenzioso e arty, esattamente l’opposto del video-diary Tell Me no Liesdi Angel Salazar. Perché? Forse è una considerazione sulle immagini di quei film che, pur denunciando la crudeltà delle guerre, hanno sempre aristocratiche pretese di nobiltà tematica, una sorta di critica antiwar fatta di francesissimo bon ton, di edificante compassione. Qui invece emerge la farsa (De Palma ha preso alla lettera Marx sulla ripetizione della Storia). E viene in mente il guerrilla spirit dei suoi primi film: Ciao America (1968) e Hi, Mom (1970); su quello stile viene fuori la natura più genuina di Redacted, un film-pastiche per una guerra-pastiche. Eccone qualche esempio: Salazar che fa cucù dalla camera nella prima scena, B.B. Rush che commemora il commilitone scomparso intervistando il compare con un cappello mimetico da idiota piantato sul suo cranio vuoto, quell’altro che è stato chiamato Reno, che racconta la storia del fratello Vegas (!) implicato in una storia di elezioni truccate (riferimento a Bushchiaro e tondo). Insomma la bestialità come allegoria di un’impotenza e una lineare accusa all’America di Bush, che come legalizza atrocità/bestialità/giochi d’azzardo nel deserto del Nevada così fa anche in quello dell’Iraq.

Abbiamo, quindi, anche un’estetica (oltre che una retorica) ma è un’estetica che non concede assolutamente nulla allo spettatore: nessun piacere formale, nessuna bella immagine, nessuna gioia visiva. Al contrario emerge la trivialità o l’oscenità di immagini che vanno bene per ritrarre le smorfie e gli scherzi di soldati nutriti a barrette di cioccolato e riviste porno. Immagini che a volte arrivano a mostrare le oscenità di Abou Ghraib… che ce ne facciamo, a quel punto, dell’emozione, della compassione?

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