Recensioni

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Negli ultimi mesi David Byrne si è dato da fare. Come
al solito. Si è dedicato principalmente a quelle attività collaterali che un tempo portarono il Time a dedicargli la copertina quale “uomo del Rinascimento” del rock. Ha suonato un palazzo di Manhattan, ha pubblicato una raccolta di finti inni mormoni, ha disegnato parcheggi per bici e ha prestato la voce a un automa chiamato Julio. Si è però anche ricordato di essere un cantante pop, riuscendo nel prodigio di trasformare un brano dei Fiery Furnaces,Ex Guru, in qualcosa di altamente
digeribile, e partecipando alla gustosa Toe Jam (datemi retta, rintracciate il video!) del progetto Brighton Port Authority, ideato dall’amico Fatboy Slim. Sappiamo che Byrne è praticamente infallibile quando si tratta di dispensare piccoli tocchi della sua abilita nel formato canzone,
basti pensare a successi passati come Lazycon gli X-Press 2, o al Cole Porter country di Don’t Fence Me In rivisto in chiave batucada.

Resta però il fatto che l’ultimo album di canzoni, il poco convincente Grown Backwards, risalente ormai al 2004, sia stato forse il momento peggiore di una carriera altrimenti impeccabile. Malgrado qualche lampo (Empire, Glass, Concrete And Stone) Grown Backwards era un disco fiacco, spesso noioso, appesantito da archi che non trovavano, come accadeva invece in Look Into The Eyeball, il bilanciamento necessario nelle percussioni. Per non parlare delle due imbarazzanti sortite nella lirica. Abbastanza da farci domandare se Byrne non fosse per caso ormai destinato a un futuro da brillante special guest, incapace però di sostenere ruoli da protagonista.

Lo spunto per una nuova grande prova d’artista gli è stato offerto da Brian Eno. Durante un incontro risalente a un paio d’anni fa, in occasione della ristampa di My Life In The Bush Of Ghosts, Eno ha proposto a Byrne di trovare parole e melodie vocali per una serie di brani strumentali che aveva messo da parte nel corso degli anni. Brani definiti da Eno come electronic gospel. Un cerchio che si chiude, visto che erano stati i Talking Heads trent’anni fa a iniziare Eno ai piaceri della musica delle chiese dei neri di New York (non possiamo dimenticare la geniale sorpresa che fu la cover di Take Me To The Riverdel reverendo Al Green, inclusa in More Songs About Buildings And Food, prima produzione di Eno per il quartetto).

Dal punto di vista musicale in Everything That Happens Will Happen Today, il risultato di due anni di corrispondenze telematiche tra i due, non troviamo solo i preannunciati, e comunque fondamentali, sapori gospel. Non potevamo del resto aspettarci un compitino eseguito con diligenza, visto che sia Eno che Byrne da anni si divertono a seguire i binari solo nel caso ci sia un deragliamento incluso nel biglietto del treno. Le due quiete tracce d’apertura sono più che altro country, placido e mistico, due colpi al cuore che confermano immediatamente la forma smagliante, come autore e come performer, di David Byrne. Il tema del disco è messo altrettanto in chiaro: ci troviamo di fronte a un album sulla speranza e sulla misericordia.

In Homecanta di “connessione con ogni anima vivente/compassione per le cose che non conoscerò mai”. Nella splendida The River,
proprio in mezzo all’album, addirittura cadrà “in ginocchio/per ogni essere umano”. È la più spudorata affermazione di una tematica che Byrne si porta dietro da sempre. Per quanto spesso sia stato tentato di studiare gli esseri umani come un entomologo studia gli insetti, non ha mai potuto evitare una profonda empatia, un inevitabile riconoscersi. È stato così per lui già dal primo album, quello nel quale sapeva vestire alla perfezione i panni dello Psycho Killer: Don’t Worry About The Government, malgrado le risate che accolgono
il suo finale nel live The Name Of This Band Is Talking Heads, non era solo satirica, ma anche commovente, il ritratto di un cittadino devoto alle leggi, che si fida del governo e che vuole una casa accogliente per ricevere i suoi cari, perché “gli amici sono importanti”.

Byrne è stato il maestro di orrore e paranoia, la voce dell’alienazione, è stato il Marziano a New York, l’antropologo metropolitano. Ma ha sempre amato i suoi mostri, ha sempre saputo di essere uno di loro. Per questo è sempre stato tanto piacevole seguirlo. Con gli anni ha affinato la sua consapevolezza e il suo messaggio si è fatto tanto più fiducioso quanto più le cose sembrano essere sul punto di precipitare. In My Big Nurse persino la fine del mondo pare offrirsi come un mondo
di possibilità.

Il terzo brano cambia radicalmente l’atmosfera dell’album. Sappiamo che da Eno non ci dobbiamo aspettare solo trovate che ridefiniscono i confini del rock. L’ha fatto, con i Roxy Music, con i Talking Heads, con la scena No Wave, con Bowie, con Cale. Ma gran parte del suo curriculum da produttore, soprattutto negli ultimi anni, lo vede al fianco di artisti più prevedibili che lo vanno a cercare con la speranza di apparire all’avanguardia (U2,James, Paul Simon, Coldplay). Proprio quando le prime due canzoni ci hanno portato a pensare che Eno si sia compostamente messo al servizio del nuovo Byrne in
versione “Mr. Nice Guy”, I Feel My Stuffinizia con un piano alla Aladdin Saneche subito vira verso il Brasile (nei creditsviene definito inhuman piano), per poi avvitarsi attorno a sei minuti di follie, la chitarra delicata di Phil Manzanera e quella furente di Leo brahams, fino a un climax dove l’affermazione della propria individualità (“Ho cambiato la mia sorte/sono tornato per essere più forte”) assume connotati prepotenti e inquietanti. Byrne non aveva usato una struttura tanto complessa, unita a un arrangiamento tanto denso, dai tempi di David Enryb, nel quale lo accompagnava un altro impavido esploratore,Arto Lindsay.

Grazie alla title
track
, ritorna immediatamente la pace, in tutti i sensi: è un inno da chiesa laica, col disastro (“Ho visto l’auto dei miei vicini esplodere”) accostato al bisogno di riscoprirsi umani (“Oh fratello mio, ancora mi domando se stai bene”). La morale è nel titolo, e si potrebbe quasi scommettere che dietro ci sia una citazione consapevole dell’insegnamento di Lao-tze che afferma: “Ciò che è, è il passato di ciò che sarà”.

Con Life Is Longirrompe il pop, sempre tinto di gospel, ed è ulteriormente amplificato il senso di celebrazione della gioia della vita e l’accettazione del dolore: “Sono perduto/ma non ho paura”. Anche la storia non deve spaventare. Asserisce in The River: “Le cose stanno per cambiare/come cantò Sam Cooke nel 1963”. Quarantacinque anni fa. E ancora “stanno” per cambiare. Quando cambieranno? Non importa, cambieranno.

Seguono l’efficace Strange
Overtones
, pezzo (con la partecipazione di Robert Wyatt e del fidato percussionista Mauro Refosco) usato per lanciare l’album, e la traccia più debole
del progetto, Wanted For Life, che ha il sapore di certi brani filler della seconda parte della storia dei Talking Heads. Dopo il gospel più incontaminato dell’album, One Fine Day, arriva Poor Boy, traccia gemella di I Feel My Stuffper complessità e frenesia, funk esotico sullo stile di Naked, spinta dalle tastiere di Eno che mimano i fiati.

Il finale è di nuovo quieto. Più di quanto possiate immaginare. L’ultimo album di Eno coi Talking Heads, Remain In Light, del 1980, si era chiuso col piombo fuso di The Overload. The Lighthouse è il suo esatto contrario.

Dal sovraccarico alla leggerezza. Come costruire una casa fatta di acqua, o di carta. E la sera che erigemmo il tetto/nella luce del tramonto/cantammo tutta la notte/e non avevamo bisogno di prove/e potevo vedere la luna”.

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