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    01
    1973

Classic

E.G.

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Brian Eno il non-musicista, il genio incompetente, il manipolatore imponderabile, già febbrile teorico della “Musica Per Non Musicisti”, fautore di sconcertanti rivoluzioni metodologiche (l’errore creativo) e sincretismi sonori rutilanti ma (e quindi) inconfondibili: ovvero, quello che il rock stava aspettando per diventare qualcosa di completamente diverso.

Era il 1969 quando – laureato in belle arti, tecnico del suono dilettante autodidatta – venne reclutato nel progetto Roxy Music in virtù di certe brillanti elucubrazioni circa le istanze soniche più avant del periodo (musica elettronica, concreta, aleatoria, minimale…). Nel giro di due album (Roxy Music del 1970 e For Your Pleasure del 1972) sbaragliò molte certezze plasmando assieme ad un ispirato Bryan Ferry inusitati impasti progressive/glam, suggerendo due o tre cose all’addivenente new wave. Platea in piedi, allibita.

Ma l’avventura di Eno nei Roxy Music era destinata a terminare di lì a poco, in coincidenza di uno zenit creativo cui il gruppo riuscirà in futuro solo ad avvicinarsi, mai più ad eguagliare. Tutta colpa, pare, del perenne scozzo di personalità con Ferry, quest’ultimo deciso a farla finita con la sperimentazione per sposare in toto la causa di un soul problematico e lascivo, acido e decadente: insomma, voleva che i Roxy fossero il suo gruppo, e così fu. Una volta solo, Eno strinse sodalizio con il sacerdote della chitarra prog Robert Fripp, e mentre con una mano ne incanalava la cosmica scabrezza lungo traiettorie frammentarie e inafferrabili (No Pussyfooting, 1973) con l’altra cuciva i pezzi del proprio album di debutto in solitario, il fenomenale Here Comes The Warm Jets.

Una certa continuità con il Roxy sound è garantita fin dai primi istanti di Needles In The Camel’s Eye, non tanto perché a dare fuoco alle corde pensa quel tornitore di corde che risponde al nome di Phil Manzanera (anche co-autore del pezzo), quanto per la china decisamente languida della melodia, cantata col piglio glam di un David Bowie sull’orlo di (s)venire. Eccola, la prima sorpresa: la voce di Mr. Eno non è limpida né potente, ma è un nastro di tungsteno, una pioggia a coltello, un’espettorazione secca, un congregato di emozioni dissimulate.

Che si ammanta di beffarda teatralità nella successiva The Paw Paw Negro Blowtorch, debitrice nella forma dei coevi viziosi quadretti loureediani ma portatrice (insana) di una autentica follia tastieristica (un pupazzo squittente nelle mani di uno psicopatico) e un mulinare di corde (?) a pala d’elicottero che raggela il cuore non prima di aver sbaragliato i pensieri. Seconda sorpresa: il suono, la sua obsolescenza ultramoderna, lo stratificarsi disequilibrato e ubriacante di espedienti sintetici, il ronzio delle idee a caccia d’inaudito. La perfida Baby’s On Fire, in cui fa la sua comparsa Fripp (sembra mutuato dal free jazz quel fibrillante, infinito assolo di chitarra), spinge ancora più a fondo la lama allestendo un pattern ritmico sia percussivo che digitale (motore kraut impalpabile e dissonante, minaccioso come un’ombra in agguato).

Per questo la successiva Cindy Tells Me un po’ stordisce e un po’ fa tirare il fiato con la sua malizia da bubble-gum ballad anni cinquanta appena ammantata di sordidezza velvet, capace di concedersi un aggraziato ritornello prima di massacrare la relativa tranquillità con autentiche sciabolate di chitarre (chitarre?) effettate (una follia sventagliante, un massacro di sinapsi, un indescrivibile ischemia sonica che si può solo ascoltare e non dormirci per una settimana) su cui presumo avranno non poco meditato tiretti come Jesus & Mary Chain e Sonic Youth.

Difficile a questo punto tenere in piedi gli steccati: sia Driving Me Backwards (i Beatles più onirici passati al tritatutto con distorsori valvolari e pastrocchi chimici inconfessabili, mentre il buon Brian addita al futuro Johnny Rotten i segreti di un canto folle e viscerale) che On Some Faraway Beach (glam disidratato e lasciato germogliare in assenza di gravità con molecole prog dissidenti, quasi dei Grandaddy con un quarto di secolo in anticipo – bello il lavoro di Andy McKay alle tastiere) sono difficilmente ascrivibili a questa o quella categoria, senza contare che Blank Frank sembra il fantasma cibernetico di Nick Cave piovuto dalle nebbie del futuro a sputare bile & sarcasmo ad alzo zero, spalleggiato da motorik Neu! e inesplicabili allucinazioni garage e folk (ancora chapeau per il grande Fripp). Detto che Dead Finks Don’t Talk è quello che avrebbero potuto i Beatles (ancora loro) più folli se ben pasturati a King Crimson (ancora oggi, dopo non so quanti ascolti, non so se ridere o sbalordire ascoltando i ragli del coro), ci inchiniamo alla solennità eterea di Some Of Them Are Old, pastorale ammantato di tastiere fosche e sax ozioso (entrambi a cura di McKay) che d’un tratto accoglie la snake guitar sgusciante di Eno in febbrile escursione country, e da lì tutto un lievitare di vibrazioni cardaniche, raggiungendo quella tipica eterogeneità compositiva degna di un Brian Wilson sotto mescalina e così cara al Jim O’Rourke solista.

Chiude la title track, una festa per corde corpose sottoposte a riff garrulo ed elementi di disturbo in fase di decollo, fino ad un doppio compimento (ritmico e corale) che chiama il sipario sul disperdersi dei vapori, sui residui del carburante bruciato, sulle prospettive sterminate di un progetto eternamente in progress. Nel quale si può scorgere la fisionomia stessa di un’epoca prodigiosa, a cui non a caso il presente continua a guardare e rifarsi. Come a cercarsi dentro (dietro) il miracolo di prospettive sconosciute.

1 dicembre 2005
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