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Lux è inequivocabilmente un album di musica discreta. E perché farne oggi, nel 2012, di musica discreta? Impossibile comprenderlo se non si pensa a Scape, l’applicazione per iPad che Eno ha rilasciato da poco. Niente a che vedere con il caso Cage-iano, se pensiamo che le due cose (disco e app) sono state raccontate in un’intervista unica (che potete ascoltare qui). “Abbiamo molte più chance di scegliere come ascoltare oggi”. E abbiamo molte più chance di scrivere per i fatti nostri l’album che vogliamo ascoltare. Come ha detto Brian al Guardian: “A partire da Discreet Music e da Music For Airports, ho mostrato il processo della musica generativa in azione. Con Scape, quello che voglio fare ora è vendere il processo a chiunque, e non il mio output di quel processo”.
Lux è esattamente un’altra versione di quel “process in action”. Una composizione di 75 minuti in 12 sezioni che porta a compimento la sonorizzazione delll’istallazione, Music for the Great Gallery of the Palace of Venaria, realizzata l’estate appena passata alla Galleria Grande della Venaria Reale di Torino. Un’ora e un quarto in quattro parti, suddivisione che ricorda subito Music For Airports, rispetto al quale è un po’ più “dramatic” (soprattutto per i picchi dinamici sulle note alte nella seconda e terza parte), con un uso degli strumenti che ricordano On Land. Più estatico di Discreet Music (diciamo più vicino – ma con meno “mistero” – a Neroli). Lo stesso mattoncino-tema minimalista è rilasciato piano piano, in vena, per tutta la durata dell’album, con un’insistenza e un effetto ipnosi che ricordano Morton Feldman per pianoforte.
C’è un ragionamento in più da fare. La musica ambientale nasce come musica per rassenerare le ansie dei fruitori degli ascensori dei primi grattacieli, grazie all’opera della Muzak. Musica industriale per calmierare psicodrammi standard. Brian è colui che ha rigirato la frittata, e l’ha pensata come musica come supporto, superficie di iscrizione personale. Musica “per”, da far abitare ai rumori della giornata, del momento in cui la si ascolta. Oppure – ma allora è thinking music – il supporto di iscrizione è per i nostri pensieri. Con Lux viene da domandarsi da che parte stiamo. Da che parte sia oggi la musica generativa di Eno.
La questione non è tra musicista e non-musicista, ma l’eterna tensione tra ascoltatore e non-ascoltatore. È una questione davvero peculiare alla musica generativa. Nell’ascensore oggi ci stiamo con le nostre cuffie che abbattono il rumore di fondo. Siamo isolati. Eppure i pensieri sono più roboanti del rumore meccanico del contrappeso dell’elevator che va su e giù. E i picchi minimalisti delle tastiere di Eno interagiscono con i nostri neuroni. Li influenzano in definitiva molto di più che nel passato, e quindi sono subdoli, se fruiti dentro il manifesto Eno-iano di una vita. Non è una forma di meditazione: Eno si scarta in modo assertivo e definitorio dall’ambientale mistico-new age-iana di compositori come Steve Roach (da noi intervistato qui e con mille rigagnoli di acqua santa di Palo Alto ancora da esplorare nelle dune del deserto). Brian è dentro il presente. E capisce bene che rifare la stessa cosa non vuol dire davvero riproporla, dato che i requisiti a contesto (noi) sono (siamo) cambiati.
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