Recensioni

Brian Jonestown goes exotic? Potrebbe essere e non solo per le avvisaglie che Anton Newcombe ha provveduto a far circolare prima dell’uscita dell’album e che giacciono nelle molteplici interpretazioni del titolo scelto.
L’apertura di Aufheben è affidata a Panic In Babylon: nomen omen a giudicare dalla dimensione di alterità radicale, alla Ravi Shankar virato rock con la quale ben si sposa il solito suono del rinnovato quartetto. Una sorta di psichedelia orientaleggiante che segna trasversalmente molto di questo ennesimo lavoro, tra alti (l’esotismo avvolgente di Stairway To The Best Party tutto droghe leggere e trascendenza, o i B52’s planati nell’India che stupì Beatles prima e Stones poi di Seven Kinds Of Wonder, la psychedelia banghra di Clouds Are Lies) e bassi (una Illuminomi con un flautino che unisce i ponti tra post-shoegaze e lande indiane o una Face Down To The Moon reminiscente orizzonti alla Inti Illimani e francamente prescindibile) come è giusto che sia quando si tentano strade coraggiose.
La base però è quella ormai tradizionale di un gruppo storicizzato che ha fatto del trademark sonoro la via per allevare discepoli: psichedelia ora docile, ora nervosa incastonata in un procedere post-MBV e ben sintetizzabile nella formula “shoegaze eroinomane” che spesso abbiamo usato qui a SA. L’east coast sound virato fattanza di Gaz Hilarant, il rock in acido di Waking Up To Hand Grenades o quello da pastorale hippie di Blue Order New Monday, la notevole I Wanna Hold Your Other Hand che col suo incedere sfatto e insieme tipicamente e strafottentemente british nell’uso delle voci, ci ricorda(no) che per una pura disfunzione spazio-temporale Newcombe è nato di là dall’Oceano, e che il suo cuore batte forte sotto la Union Jack.
Un passo in avanti, Aufheben, e pure abbastanza deciso, verso dimensioni altre, con qualche dubbio e molte certezze. Nulla di cui stupirsi se di mezzo c’è la fluttuante congrega guidata da Newcombe, sempre più intento a rileggere a modo suo 40 anni di rock.
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