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Da quando ne è stato annunciato il seguito, tutti coloro che hanno seguito la stagione inaugurale si sono chiesti se fosse davvero necessario portare avanti la storia di Tredici (nell’originale 13 Reasons Why). Mettendo da parte il fatto che il libro da cui è stata tratta la serie si esaurisce completamente nel ciclo dei primi tredici episodi, la tragedia della giovane Hannah Baker, e di quelli che per un motivo o per un altro hanno contribuito alla sua lenta discesa verso il suicidio, era a tutti gli effetti conclusa con quel scioccante finale che difficilmente dimenticheremo. Quello stesso finale ha fatto scaturire ciò che si definisce una “comunicazione laterale” (parlare di un prodotto al di fuori del suo ambiente di riferimento) che ha portato alla conseguente costruzione del “caso mediatico”, forse più nel mondo dei social che in quello dei giornali. Alimentata da persone “facilmente impressionabili” (non si sa bene da cosa, visto che rimane molto più violenta la quotidiana programmazione televisiva), la polemica nata dal modo con cui sono stati rappresentati gli ultimi attimi di vita della protagonista è stata forse una delle più acritiche e sciocche che si siano viste dalla nascita di Netflix.

Ovviamente, essendo innanzitutto un’azienda, quest’ultima non poteva non cavalcare l’onda del chiacchiericcio, ed è così che ci troviamo a parlare nuovamente e «lateralmente» di questa seconda e “apocrifa” stagione, talmente politicamente corretta da suscitare nell’osservatore più attento la sensazione di star assistendo più ad una pubblicità progresso che ad una serie televisiva; di certo, non hanno aiutato né i continui rimandi a fine episodio al sito 13reasonswhy.info, creato appositamente nello stile del telefono azzurro, né una scrittura facilona e composta per la maggior parte da una serie di situazioni da catalogo e senza una ragionata giustificazione narrativa.

L’unica cosa che permette il continuo di una storia giunta alla sua definitiva conclusione è la voglia di rispondere a quelle piccole domande che erano state lasciate in sospeso. In verità, la forza di molti racconti è proprio la lacerazione causata dal dubbio, la stessa che è in grado di smuovere lo spettatore dalla sua condizione di passività ad una in cui non può far altro che ragionare per arrivare a una personale chiarificazione di quello che ha visto. Nel caso della prima stagione di Tredici, soltanto il senso di una mancata vendetta nei confronti dello stupratore Brice Walker (Justin Prentice, a lui il ruolo oggettivamente più complicato) poteva giustificare questo nuovo ciclo di episodi, ma sarebbe stato effettivamente poco per altre tredici ore. Ecco che allora, per soddisfare la schiera di fan, si è deciso di ripetere lo schema conosciuto: un episodio, un personaggio che si confessa in voice over (non più Hannah, ma tutti gli altri personaggi che, uno ad uno, sono chiamati a presenziare al processo), un oggetto rivelatore (in questo caso una polaroid) e una violenta scena conclusiva (questa volta però la polemica acritica sembra astutamente ricercata). In aggiunta a tutto questo poi, come detto sopra, all’interno della serie si trova tutto un complesso di monologhi, dialoghi, affermazioni con l’obbiettivo di ricordarci che la vicenda non è incatenata alle banali logiche da court drama, che la storia di Hannah non è solamente una finzione televisiva, che se hai bisogno di aiuto non devi esitare a chiederlo.

Questa è la dimostrazione di come i creatori abbiano voluto riappropriarsi della «comunicazione laterale» emersa l’anno scorso, appesantendo la storia con gli scandali che hanno caratterizzato lo show business americano degli ultimi tempi. Dalla successione degli attori principali che parlano in camera per avvertire del contenuto (pre-inizio stagione) alla carrellata di volti femminili che si confessano e denunciano varie tipologie di molestie sessuali (nel finale di stagione), ogni singolo episodio contiene sempre un elemento che contribuisce allo straniamento, all’allontanamento dello spettatore dalla finzione per farlo concentrare sulla realtà che lo circonda quotidianamente; questo potrebbe rappresentare effettivamente un pregio ma, se fatto senza cognizione di causa, non fa che provocare la perdita della sincerità e del senso stesso della serie televisiva, avendo spostato il centro dell’attenzione lontanissimo dagli stessi personaggi che ne avevano decretato il successo.

Così, lasciati in balia di una trama frammentaria che di “rappresentativo” ha ormai ben poco, vediamo a ripetizione Clay in stato confusionale, Jessica (Alisha Boe) che non riesce a concludere una frase di senso compiuto per la vergogna provata, Alex (Miles Heizer) che arranca continuamente sul bastone dopo il tentato suicidio, Justin (Brandon Flynn) con gli spasmi da dipendenza per l’eroina, Tony (Christian Navarro) che non riesce a scrollarsi di dosso la rabbia… e così via; soltanto Tyler (Devin Druid) ha un’evoluzione discretamente delineata, anche se il suo arco narrativo non riesce mai ad eguagliare la ricercata atmosfera di terrore che ha quel citatissimo Dark Night di Tim Sutton (uscito nelle sale italiane a marzo).

Detto ciò, la serie mantiene in più punti quella malinconica e sensibile fragilità che aveva funzionato nella stagione precedente, soprattutto quando i flashback riguardanti il lato oscuro di Hannah mirano a distruggere l’aura di santità fuoriuscita dall’ascolto delle audiocassette. È sempre lei, sia sotto forma di ricordo materno sia di fantasma nella testa di Clay, la punta di diamante dell’intera vicenda e, quando la sua assenza si fa presenza nella struggente interpretazione di Kate Walsh e di Dylan Minnette, la stagione ritorna a toccare le alte vette emotive a cui eravamo stati abituati: «Forse l’amore è il modo per capire l’infinito. Se l’amore che provi non ha limiti, se dura per sempre, forse può essere simile all’infinito», questa è la frase à la Noi Siamo Infinito che riassume perfettamente la base teneramente umana che lega indissolubilmente tutti i personaggi principali. In conclusione, si può rispondere alla domanda iniziale con un «No, non era assolutamente necessaria un’altra stagione», però è innegabile quanto prezioso e bisognoso di cure rimanga il materiale che Netflix vuole continuare a trattare avidamente.

28 Maggio 2018
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