Recensioni

7.1

Da Conor Oberst siamo abituati ad attenderci di tutto. Quattro anni dopo il buon Cassadaga, album di sostanziale impronta cantautorale, l’entità Bright Eyes torna a mostrare il lato più estroso col lavoro lungo numero nove The People’s Key. Il programma si apre con una lunga intro recitata da Denny Brewer – chitarrista dei Refried Icecream e grande amico di Oberst – intento a spiegarci la sua visione delle cose in merito al rapporto tra alieni e Storia. Così, tanto per capire dove andremo a parare. Ovvero, dalle parti di una folleggiante fregola wave-psych-pop, appassionata e beffardella, forse metaforica ma anche patafisica, a cavallo di melodie sì carezzevoli però col piglio obliquo di chi cova un irriducibile sconforto. Si prenda il singolo Haile Selassie, tipo gli Smiths come li rifarebbe Brian Eno, oppure la baldanza New Pornographers riprocessata Sufjan Stevens di Triple Spiral, i R.E.M. immersi in un ipercromatismo Xtc di A Machine Spiritual, o ancora quella Shell Games che guizza adrenalinica tra civetteria Patrick Wolf, enfasi Arcade Fire, spasmi The Who e tutto uno sbocciare di synth come usava fare il buon Eddie Van Halen.

Fermo restando l’elemento umano indolenzito del canto, le dieci tracce sembrano voler giocare con la capacità assieme affabulatoria, ipnotica ed euforizzante del power-pop, i cui codici vengono liberamente mischiati con modalità post-wave in modo da rendere l’impasto il più brioso ed accattivante possibile. Eppure non smetti di avvertire un’angoscia di fondo, la consapevolezza di guardare le cose dall’interno di un immaginario ormai esausto, incapace di interpretare/rappresentare la tumultuosa gravità dei tempi. Viene perciò da leggere questa disperata effervescenza come una reazione all’impasse espressivo, sensazione palpabile fin dall’iniziale Firewall, dove un arpeggio à la Kurt Cobain finisce in una fatamorgana popadelica ed etno-funk che non spiacerebbe agli Iron & Wine. Idem dicasi, anzi con maggiore evidenza, in Ladder Song, dove t’immagini Moz e Stipe abbracciati in una cameretta alla fine del mondo, così come nella languida Approximated Sunlight, che non sfigurerebbe nel repertorio degli ultimi Flaming Lips col suo afflato orchestrale, il country-soul traslucido ed i miraggi sintetici.

Malgrado la sostanziale assenza di colpi di genio – Stevens e i Lips sono su un altro pianeta – e una certa prevedibilità melodica, The People’s Key è disco di buone e diverse vibrazioni, dove ombre e luci stanno sulla stessa faccia di una medaglia insospettabilmente affilata.

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