Recensioni

6

Partiamo dalle ovvietà: fare peggio di Britney Jean (2013) sarebbe stato davvero impossibile. La Principessa ha disperatamente reiterato tentativi di riposizionamento, uno più disastroso dell’altro: basti ricordare il sodalizio (sottomissione?) con (a?) Will.i.am (dall’ormai irritante Scream & Shout all’ancor più improponibile e robotica It Should Be Easy) e soprattutto quella aberrante mostruosità di Ooh La La, ovvero come completare l’inevitabile transizione da teen a MILF con una roba che definire trash sarebbe ancora troppo generoso.

Nel 2016, ancora una volta, ci risiamo: l’album della svolta (un altro) – Britney Jean era quello «maturo e personale». I segnali non erano troppo incoraggianti: dall’imbarazzante copertina chiaramente pronta per un futuro nei cestoni dell’Autogrill accanto a Gigi d’Alessio e al Greatest Hits di Zucchero, al primo singolo Make Me… che seppur debole tra vaghe strizzatine d’occhio urban e un ritornello davvero scarso, non è del tutto da buttare (ma cambierete idea dopo aver visto l’agghiacciante video). E invece ad ascolto concluso possiamo dire che Glory non è il completo disastro che era lecito – quasi dovuto – aspettarsi. Due pezzi onesti ma abbastanza anonimi ad aprire le danze (le soprassedibili melodie dell’iniziale Invitation e la già detta Make Me…), ma poi iniziano ad arrivare le prime (gradite) sorprese: l’inedito beatbox a sorreggere il (ridicolo) testo di Private Show e soprattutto i tribalismi e l’ottima melodia di Man on the Moon. Spuntano anche timidi tentativi di attualizzazione del brand ai dettami del 2016, con le incursioni future r&b di Just Luv Me, ma la costante sensazione è che il disastro sia proprio dietro l’angolo; ecco infatti che arriva a rovinare la giornata l’inopportuna Clumsy: una cosa di una bruttura inenarrabile, con un ritornello che avrebbe sfigurato perfino in Britney Jean (ormai – l’avrete capito – il paradigma negativo di riferimento per tutti i mali del mondo). Siamo pronti a gettare la spugna e il disco ancora prima di averne superato la boa, ma dopo una trascurabile Do You Wanna Come Over arriva l’imprevedibile ripresa: funzionano i ritmi in levare, surgelati ma calzanti, della reggaeggiante Slumber Party, l’acustica ballata house Just Like Me, i rullanti trap di Love Me Down e anche Hard to Forget Ya e What You Need si mantengono su un’onesta decenza.

Better, con la sua moombathon liofilizzata che fa molto Lean On di Major Lazer (ma forse, visto il contesto, sarebbe meglio dire Roma – Bangkok delle divine Baby K e Giusy Ferreri), sarebbe forse il pezzo più facile da stroncare (legittimamente) di tutto il disco. Dato che chi scrive è comunque un irriducibile fanboy della principessa, scegliamo invece di eleggerlo a riuscita e coinvolgente gemma trash dell’album tutto. Gli contende credibilmente questo prestigioso scettro la successiva e pregna di ammiccamenti spagnoleggianti Change Your Mind. Il compito di chiudere la scaletta è affidato all’insolita ma apprezzabile Liar, alla prescindibile If I’m Dancing e soprattutto a Coupure Electrique: Britney che canta in francese su una base di elettronica minimale è tanto straniante quanto piacevolmente kitsch.

Tirando le somme, Glory è un disco estremamente discontinuo nell’alternare episodi riusciti a momenti di ridicolo involontario inqualificabili; molto probabilmente fallirà nel suo dichiarato tentativo di ricollocare la Spears nell’Olimpo delle regine del pop, ma può rappresentare, con la sua seconda metà particolarmente ricca di pezzi apprezzabili, una ghiotta soddisfazione per gli irriducibili fan dell'(ex) principessa.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette