• Set
    21
    2018

Album

RCA, Sony Music Entertainment

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Va detto che non era un disco facile da realizzare, date le premesse: smaltito l’effetto sorpresa, i Nostri erano reduci da una prolissa trilogia di un livello medio decisamente elevato e soprattutto con le spalle appesantite dall’ingombrante strascico delle polemiche legate all’allontanamento di Ameer Vann per le accuse di molestie sessuali. Stante la situazione, era facile che la leggerezza fosse un po’ un miraggio in casa Brockhampton. Ed effettivamente nelle pieghe di questo nuovo IRIDESCENCE si percepisce chiaro e vibrante un certo sottile disagio – dovuto probabilmente alla necessità di ricalibrare un equilibrio interno tra i vari membri – che appare decisamente compromesso dalla dipartita di Vann. Obiettivamente si trattava con distacco del miglior rapper a disposizione del collettivo guidato da Abstract, e di uno dei personaggi cardine del suo immaginario (tant’è che il suo faccione campeggiava su tutte e tre le copertine dei vari SATURATION). 

Dinamiche interne da ristabilire e ansia da prestazione per un triplice esordio dall’eredità corposa in termini qualitativi quindi: il risultato finale è un disco che, diciamolo subito, è ancora una volta molto valido. Quanto i precedenti tre? Probabilmente no, e vedremo perché, ma va bene anche così. Chi della cricca ha approfittato meglio del buco lasciato da Vann sono stati senza dubbio Joba e Merlyn. Il primo si prende molte più strofe rispetto ai capitoli precedenti e mostra un arsenale di flow e di registri ampissimo. Il meglio di sé lo regala però quando allontana il piede dal freno e si abbandona a escalation di paranoia in climax che culminano con l’isteria incontrollabile che già conquistava in BOOGIE. In questo disco uno dei migliori momenti è proprio la sua strofa assassina in J’OUVERT. Merlyn invece regala una sfumatura di colore in più con il suo flow inconfondibile, figlio di ascendenze dancehall di stampo caraibico e mutuato sulle cadenze tipiche del patois. Kevin Abstract invece si ritaglia pochi e mirati interventi, il più delle volte perfettamente calzanti, mentre nel complesso delude abbastanza il nostro bianco preferito (con Joba) Matt Champion, che incide pochissimo e non regala nemmeno una strofa particolarmente memorabile. 

L’opener NEW ORLEANS è già un primo di sintomo di quella vaga ma palpabile sensazione di spaesamento che dicevamo; in tutti i vari SATURATION la prima traccia era sempre una banger irresistibile: HEAT, GUMMY, BOOGIE. Qui invece paga vistosamente l’assenza di un ritornello all’altezza, e il beat giunge rapidamente a noia. Per tutto il primo troncone del disco si alternano con costanza pezzi più tirati (BERLIN, WHERE THE CASH AT) e rallentamenti r&b (THUG LIFE, SOMETHING ABOUT HIM), quasi a voler inseguire un equilibrio – appunto – tutto da ritrovare. Le soddisfazioni anche in questa prima parte non mancano, né dal punto di vista dei testi, né da quello strettamente musicale, come ad esempio quando sul beat bello grimey di BERLIN entra quel synth a 1:08. Il primo vero capolavoro arriva con WEIGHT: sprazzi jungle e tappeti di archi, un outro meravigliosa di Joba e soprattutto alcune delle strofe più introspettive e personali dell’intera epopea Brockhampton; vedi Kevin Abstract, che torna sulla sua omosessualità con una diretta schiettezza lancinante nella sua candida semplicità («And she was mad ‘cause I never wanna show her off (scared) / And every time she took her bra off my dick would get soft / I thought I had a problem, kept my head inside a pillow screaming»). In seguito qua e là non mancano le sorprese e le produzioni più storte, come DISTRICT (una bleeperia in 8-bit sfigurata e distorta che sfocia in una crepuscolare outro di languide chitarre) o HONEY, sostanzialmente un pezzo dance che poi si apre in inaspettate dilatazioni r&b. SAN MARCOS è un altro dei momenti migliori, una ballatona da accendini alzati a base di chitarra acustica, cori gospel e archi pregni di pathos. La struttura del pezzo è un po’ incasinata ma le melodie che vi vengono infilate sono qualcosa di davvero prezioso. Stesso discorso per TONYA, inizialmente ballata pianistica che poi si apre in strofe più hip hop con l’ormai consueto tappeto di archi.

Insomma c’è (tanto) di cui godere, e se questo è il disco che deve incarnare il classico ruolo dell’album di transizione – verso una nuova trilogia, di cui dovrebbe essere il primo capitolo, e verso una nuova pagina post-Vann – sarebbe stato difficile fare meglio. 

28 Settembre 2018
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