• Gen
    31
    2013

Album

We Were Never Being Boring Collective

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Con buona pace della scena alternativa all’italiana pompata da alcuni magazine, le realtà più interessanti, esportabili e soprattutto contemporanee uscite negli ultimissimi anni dal nostro paese sono altre: ad esempio i beat ambient-techno dei Voices From the Lake, il crazy-pop dei Drink To Me, i risvolti minimal soulstep degli Iori’s Eyes e il revivalismo wave-gaze-dreamy dei Be Forest.

È la chitarra feedbackata di Nicola Lampredi il filo conduttore tra l’universo algido dei Be Forest e quello dei fratellastri Brothers in Law e se i primi hanno già raggiunto soddisfazioni enormi (basti pensare al tour europeo con i Japandroids), i secondi hanno aperto per alcuni dei nomi più chiacchierati degli ultimi tempi nelle loro apparizioni nello stivale (Wild Nothing ad esempio), crescendo concerto dopo concerto sotto tutti i punti di vista.

Considerata l’evoluzione degli ultimi dodici mesi era ovvio aspettarsi un album di debutto superiore all’acerbo ma pur buono EP Gray Days e così è stato. Si intitola Hard Times For Dreamers (non credo sia un tributo alla canzone dei Reverend And The Makers…) ed è composto da otto tracce, mezz’ora di musica pubblicata dalla We Were Never Being Boring con la partecipazione della CF Records (Girls Names e Cloud Nothings in passato) e stampata anche in Giappone via Cocoheart Records.

Meno The Jesus & Mary Chain rispetto agli esordi, il suono si è fatto meno tagliente e più disteso: nonostante si porti avanti con fierezza la formazione a due chitarre (Lampredi, Giacomo Stolzini) più batteria (Andrea Guagneli), entrano in gioco elementi sintetici. Gli stessi che introducono Lose Control, un brano fatto e finito, dal giro di chitarra efficace e dalla melodia orecchiabile. Il ritmo è scandito da un drumming sostenuto e ossessivo (stare in piedi dietro alle pelli deve essere un credo, a Pesaro e dintorni) sul quale si rilassano tappeti di riverbero dream-gaze più dolci (Follow Me) che acidi ed una voce Reidiana dai tratti non troppo distintivi, almeno a un primo impatto.

È UK-sound della seconda metà degli anni ’80 rivisitato secondo i canoni indie-USA anni dieci. Un lavoro tutt’altro che monocorde – e chi li ha visti agli esordi sa a cosa mi sto riferendo – che spazia dalla quickness jangly del singolo Leave Me alla slowness pop di Childhood, due delle tracce cardine dell’intero lotto.

La loro presenza al SXSW 2013 potrebbe essere solo l’inizio. E se la Captured Tracks si accorgesse di loro…

30 Gennaio 2013
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