Recensioni

Al netto di tutti i discorsi che sono già stati fatti su Springsteen, o meglio sulla sua persistenza da un tre lustri a questa parte (almeno), col qui presente High Hopes – diciottesimo album, due anni scarsi dopo Wrecking Ball – siamo purtroppo in presenza di un’altra badilata sulla scorza del mito. Che resiste, ci mancherebbe, tanto robusta è la stima maturata nel primo scorcio di carriera. Però, ragazzi, è una deriva veramente dura da digerire.
Veniamo al sodo: traccia numero dieci, The Ghost Of Tom Joad. La versione originale era il cuore tumultuoso di un disco che, buttato in mezzo ai Novanta, sembrò una vera e propria impennata d’orgoglio del folk ad altezza mainstream, folk che col minimo di aggiornamento sindacale (un pizzico d’elettronica e di elettricità) ritrovava orgoglio e forza tali da spedire lettere lancinanti in faccia alla realtà. Quel disco e quel pezzo in particolare pullulavano di fotogrammi crudi che ti mettevano sull’attenti rispetto a ciò che il “new world order” si apprestava ad apparecchiarci, e che in effetti ancora non abbiamo finito di scontare. Ricordare quel lirismo asciutto e denso di testi e musica, e paragonarlo al baraccone celebrativo allestito oggi nella versione con Tom Morello, fa letteralmente male al cuore. È come se il Boss avesse cercato di rendere più appetibile (non è chiaro a chi: a un fantomatico pubblico ggiovane? A se stesso?) una sacrosanta zuppa di fagioli con generose spruzzate di ketchup: un autentico schifo.
I virtuosismi circensi di Morello lasceranno a bocca aperta gli appassionati dei tecnicismi chitarristici. Certo, come no. Capita anche a me: per lo sgomento. Ok, non si può esaurire la recensione di un disco con la catastrofe di una canzone su dodici, ma di fronte a quella non viene neanche voglia di sottolineare le altre pochezze, come le passabili cover di Just Like Fire Would (dei Saints), Dream Baby Dream (dei Suicide) o della stessa title-track (degli Havalinas), tutti pezzi già ben noti agli aficionados. Anzi, due parole le spendiamo volentieri per l’amata American Skin (41 Shots) – che tra l’altro vede ai credits i poveri Clemons e Federici – gambizzata da un arrangiamento che sembra perseguire una vaga e persino supponente ostentazione di “modernità”.
Se poi dobbiamo proprio affondare la lama, prendiamo Hunter Of Invisible Game e The Wall, due ballate semplici e sentite (la seconda forse con qualche debito di troppo a Fields Of Gold di Sting) che ottengono solo di ribadire ciò che Springsteen potrebbe essere e ahilui – ahinoi – non è più. Se volete ammortizzare il colpo, prendete questo disco come un puro pretesto per imbastire l’ennesimo tour mondiale. Comincio però a chiedermi se è il caso di sentirne ancora il bisogno. (Perdonatemi).
Amazon
