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In una delle primissime scene, Springsteen tiene a precisare che non ha mai lavorato con orari obbligati, otto o dieci ore al giorno, come tanti protagonisti delle sue canzoni. Di fatto, il rocker che più di altri ha messo il tema del lavoro al centro della sua poetica (vedi il bel libro di Portelli sull’argomento), ebbene, non ha mai lavorato. “Eh sì, sono molto bravo“, chiosa con un sorrisetto allusivo. E il pubblico applaude, già ampiamente catturato.

È solo uno dei molti sketch di Springsteen On Broadway, ma è un passaggio cruciale: nelle oltre due ore che seguiranno, il Boss – quasi sempre da solo su un palco spoglio, a parte i dieci minuti in cui è affiancato dalla moglie Patti Scialfa – si muoverà sul crinale tra autenticità e artificio, forzandone i confini, rendendoli porosi, raccontando se stesso come il prodotto di una sintesi potente, necessaria. Il mito viene, per così dire, sgusciato, ma sotto la doppia pelle dell’understatement e del post-moderno riaffiora tutto intero, nobilitato anzi sostanziato dall’umanità ad alzo zero di Springsteen, uomo e rocker, rocker perché uomo. Si tratta forse dell’aspetto più interessante di questo adattamento teatrale basato sull’autobiografia del Boss. Dove primeggia la parola, il racconto, e dove a dire il vero non colpiscono granché le interpretazioni spartane dei pezzi (sedici, da Growin’ Up a Born To Run passando da The Rising, The Promised Land e Dancing In The Dark tra le altre), canzoni celeberrime che fungono da raccordo tra le parti narrate e vengono eseguite con una sorta di “trasporto spoglio” – chitarra acustica e voce, oppure voce e piano (un piano suonato con tecnica fragile ma forse per questo ancora più efficace) – a un passo appena del disincanto.

Si racconta, Springsteen, come un reduce dai propri stessi – non sempre gloriosi – “glory days”. Insiste sulla figura del padre e della madre, sui motivi che lo hanno spinto a seguire il sogno di un rock liberatorio, di un rock che lo affrancasse cioè dalle prospettive ristrette di un luogo che produce vite prefabbricate, salvo poi – consumati treni di pneumatici e lanciato motori a precipizio sulla thunder road – tornare a fare i conti con le proprie radici: “oggi abito a dieci minuti dal luogo in cui sono nato“, è un’altra delle battute segnanti. Questo Boss così umano troppo umano, ma pur sempre rockstar, funziona. Gioca come il gatto col topo con le aspettative dei fan, ma sa uscirne come un vecchio amico a cui le cose sono girate particolarmente bene, l’eterno ragazzo che ha perduto qualche amico per strada (Clarence Clemons in primis) e d’improvviso sente la vecchiaia mordergli le ossa, ma non per questo smette di proporsi come custode della purezza che alimenta la fiamma dell’american dream.

Lo spettacolo si chiude con una preghiera che non sembra fuori luogo, al contrario appare come il compimento di un bilancio accorato e franco, un monologo confidenziale in cui il rock è quasi relegato sullo sfondo, un brontolio piuttosto nostalgico che però non smette di essere il motivo per cui quel protagonista sta lì, con pieno merito, al centro della scena. Rimane un sospetto: che questa maschera da entertainer di lungo corso somigli al vero Boss. Viene da pensare che lo Springsteen maturato in diciotto album e migliaia di ore su palcoscenici infuocati, sia sempre stato in fondo e innanzitutto questo affabulatore autorevole e stropicciato, e le storie che ci ha raccontato nelle sue canzoni siano una sola grande storia di rivalsa e speranza, occasionalmente affidata a un rock denso, commosso e lancinante.

Un rock di cui forse si sta perdendo la necessità, di cui oggi anche Springsteen può fare a meno, risultando anzi anche più credibile di quando, a quasi settant’anni, vorrebbe continuare a sostenere tour (de force) travolgenti in giro per il mondo. Forse quest’ultimo aspetto è quello più significativo: invecchiare per il rock è una prova ardua, tanto che in certi casi può essere più prudente – o, se preferite, opportuno – riporlo sullo scaffale della memoria per lasciare spazio a ciò che lo ha sostanziato. Non dico che debba valere per tutti, eh. Ma per il Boss, forse, sì.

23 Dicembre 2018
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