• Mar
    01
    2012

Album

Columbia Records

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In ambito musicale poche cose sono più noiose di una nuova recensione di un nuovo noioso album di Bruce Springsteen. O almeno credo. Perché, malgrado tutto, il personaggio merita immutato rispetto, quindi non è liquidabile in poche righe così come questo Wrecking Ball – ahinoi – meriterebbe. Riferiamo quindi le parole dello stesso Boss, secondo il quale queste canzoni sono sbocciate da premesse simili a quelle delle Seeger Sessions. Folk tra revivalistico e tradizionale quindi, che però in corso d’opera – e nel giogo energizzante della E Street Band – è andato ad ibridarsi di estro elettrico e persino sintetico (con parsimonia non sufficiente ad evitare un senso di impacciata artificiosità, vedi le balbettanti perturbazioni in This Depression). Il risultato è un quid sonoro abbastanza strabico, uno sventolare di gonfaloni stilistici che assieme alla scrittura sempre più didascalica combinano situazioni immancabilmente in bilico tra il tronfio ed il retorico.

Spiace soprattutto perché l’uomo sembra ancora nel pieno delle forze, la voce è potente e l’età le ha conferito una cavernosità che ben si presterebbe a scavare in chiaroscuro. Invece ci tocca assistere al carosello di queste ballatine che se in fondo fanno la solita cosa di sempre – una appassionata esortazione allo Spirito Americano – questa volta, come del resto da circa tre lustri a questa parte, sembrano mosse più da uno strisciante opportunismo che da un senso di reale necessità. Ciò che era potentemente, appassionatamente popolare, oggi ha completato la metamorfosi populista. Non a caso il pezzo più efficace è proprio quella title track composta per la demolizione del vecchio Giant Stadium, apoteosi nostalgica vicina al cuore della gente sì ma proiettata ad alta risoluzione tra un commercial televisivo e l’altro. Quanto al resto, tra una Rocky Ground che sembra aggiornare Philadelphia in chiave gospel-soul (con intervento rappante della vocalist Michelle Moore) e una Death To My Hometown che impasta Irlanda, Appalachi e Africa, si consumano forse i momenti migliori della scaletta, nulla comunque degno di meritare menzione nel formidabile canzoniere springsteeniano.

Impossibile poi non citare l’ospitata di Tom Morello in un paio di pezzi (ma giusto perché è un nome di spicco tra i credits) e soprattutto la peraltro arcinota The Land Of  Hope And Dreams per l’ultimo, stentoreo assolo dell’indimenticabile Clarence “Big Man” Clemons. Tristezza che si aggiunge all’amarezza per il crepuscolo insipido di un artista che sembra aver deciso d’invecchiare all’ombra del proprio stesso monumento.

5 Marzo 2012
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