Recensioni
Bruno Dorella
Concerto per chitarra solitaria (dove un viaggio in acque placide diventa naufragio)
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Stefano Pifferi
- 8 Marzo 2019

Dopo OvO, Ronin, Bachi Da Pietra, GDG Modern Trio, Jack Cannon, Sigillum S, giusto per andare a memoria e limitandosi alle band in attività, Bruno Dorella va in solitaria e a proprio nome con un lavoro che è figlio di una delle millemila attività che il musicista e, sì, diciamolo che non è una parolaccia, agitatore culturale ha messo e sta mettendo in atto anche in quel di Ravenna, dove si è trasferito da anni.
Nel 2018 infatti, su commissione del Ravenna Festival, Dorella ha tenuto un concerto che è poi diventato questo lavoro, un «disco/vascello» com’è definito nella press per il suo fluire unico, seppur suddiviso in quattro sezioni, che ricorda esattamente ciò che è evocato da titolo, sottotitolo – «dove un viaggio in acque placide diventa naufragio» – e suoni: un fluttuare per acque pacifiche che ben presto si trasforma in un naufragio. Facile rintracciare, grazie anche alle parole di Dorella stesso («Da sempre mi viene detto che il mio modo di suonare la chitarra evoca il mare. Non il fuoco, non l’aria, non la terra. Il mare. Ed essendo anche del segno zodiacale dei Pesci, mi ritrovo appieno nella descrizione. Sono sempre stato anche molto attratto dal disastro, dal fallimento, dalla sconfitta, dall’epica del perdente. Quindi il naufragio è una trasposizione acquatica di questo discorso») non solo ciò che si ascolterà, ma anche tutto il background che ha portato a questi suoni, ovvero il naufragio come sorta di stella del mattino ideologica. Largo, Allegro con crepe, Adagio del naufragio e A fondo, le quattro sezioni della suite, sono dunque un percorso amniotico tra silenzi e vuoti, deliqui e brusii, increspature e scivolamenti, sottrazione e stasi apparente.
Ed esattamente come naufraghi della vita ci si ritrova attaccati alle note, ora placide e cullanti, ora scure e/o minacciose, della Fender Telecaster che Dorella utilizza per l’occasione, come se si rimanesse aggrappati all’unico pezzo di legno in grado di mantenere vivo un barlume di speranza e creare un ponte ipotetico e sperato con la terraferma. Cosa di cui si ha sempre bisogno.
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