Recensioni

7.4

Ascoltando questo terzo disco di Steven Ford a nome Bruno Pronsato viene naturale il parallelo con il secondo album dei Cobblestone Jazz. Qui come lì infatti cambia molto e molto poco rispetto al disco immediatamente precedente e la spinta propulsiva sembra tutta concentrata non ad allargare gli orizzonti, bensì a restringerli, a sgombrare il campo, stabilizzare il suono, focalizzare certi dettagli e fermare certe soluzioni anziché altre, se è vero come è vero che approfondire vuol dire per forza di cose selezionare, nello specifico, atmosfere, colori, ritmi, timbri (in soldoni: tanto The Modern Deep Left Quartet quanto Lovers Do devono molto all'ambient house primi '90).

Andando a Bruno, qui il suo organico, un organico sensuale eppure freddo, si fa appunto meno freddo (e meno intrigante; i GusGus insegnano), perché stavolta non sta nel propriamente somatico, nell'allusione al corpo umano (in una recensione su Shackleton, parlavamo del Bruno 2008 in termini di porcellana e budello), ma più semplicemente nel feel suonato, a tratti persino vintage, delle session e degli strumenti. Il discorso di Lovers Do è allora propriamente musicale, non gioca a creare il nuovo, l'ibrido, il "guazzabuglio" come Why Can't We Be Like Us, ma a rimodellare il vecchio. I volti dei due corpi – un corpo davani allo specchio – sulla copertina di quel disco si sfioravano, e in questo contatto, in questo trovarsi, trovavano la loro dimensione astratta (per lo stesso motivo per cui non c'è musica più astratta della musica concreta) e la tensione sperimentale, minimal-deep, glitchata, organica eccetera dei loro suoni. Su Lovers Do non c'è un incontro, ma un'attesa o più probabilmente un abbandono. Questo disco insomma non parla del corpo, ma di musica, generi, interplay. Normalizzazione? Più cha altro de-naturalizzazione, se opponiamo natura (corpo) a cultura (musica).

Abbiamo parlato di smarcatura a proposito di Bruno, e qui Bruno si smarca proprio dall'elettronica organica di cui si era proposto come uno dei più compiuti interpreti e si getta con convinzione e puntiglio nella fusion pura. Abbandona le sue elucubrazioni sonore quasi-Cronenberghiane, la glitch sembra qui più cosmesi timbrica che strumento costitutivo e conoscitivo e, filosofando meno, allontanandosi dal corpo, si fa più concreto e – banalmente – godibile. Lavora come sempre di superfino, recupera il feel jazzato che lo aveva contraddistinto agli esordi (e che era volutamente nascosto in Why Can't We Be; la misteriosa jam funky di Trio-Out) e ricrea l'esperienza dei suoi live set improvvisativi giocando di iterazione e decorazione su piccoli giri, con numeri di cui salta subito all'orecchio la marca house (le scansioni di Lovers Don't e Anybody but You; gli Autechre "romantici" e in cassa di Lovers Do; la deep di Feel Right). C'è l'anomalia (An Anne Around The Neck, un dubstep strumentale, cameristico, alla James Blake, vedi gli andirivieni di piano), ci sono le radici electro (la lunga cavalcata delle due parti di And Indication of the Cause; la seconda – ancora – virata in elegante dub house e con echi del pathos atonale tanto amato dall'uomo), c'è infine la splendida autodescrizione, nominale e sonora, della propria musica: Wintermusic for Summer.

Un lavoro meno audace, meno avventuroso del precedente e, nonostante questo, semplicemente impeccabile. 

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