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6.0

Se siete di quelli che sbirciano il voto prima di leggere la recensione, confermo tutto: è un 6. Se siete di quelli che il voto è quello che conta, potete mollare qui la lettura. Altrimenti, nelle righe che seguono troverete il tentativo di spiegare perché un cinquantenne ormai abbastanza stanco di recensire abbia assegnato solamente un 6 a quello che, a occhio e croce, è il miglior disco pubblicato finora da uno dei più apprezzati cantautori italiani contemporanei.

Breve (insomma…) pippone introduttivo. La musica pop italiana ha un problema: alla semplicità preferisce la facilità. “Tanto”, sembra essere il sottotesto, “si tratta SOLO di musica pop“. È una questione annosa, che affonda le radici in una ghettizzazione culturale che tende a riporre la musica leggera – intesa come forma espressiva e mestiere – sullo scaffale del puro intrattenimento. Mi pare ahimé che negli ultimi anni questo substrato culturale sia diventato sistema, un plateau su cui fioriscono marchingegni sempre più confortevoli, progettati per intrigare ma facendo attenzione a evitare l’eccesso di complicazioni. Sono arguzie che non prevedono anomalie, turbamenti a perdere privi di vero perturbante. Il pop come oggetto strano, dose di destabilizzazione quotidiana, accattivante proprio per quella quota di inconsueto, di forzatura e slogatura del senso comune, si è via via eclissato con l’estendersi del dominio della pianificazione, nel quale la canzone è un progetto hi-tech tra gli altri. Ok, scusatemi: qui finisce il pippone introduttivo.

Veniamo a Brunori. Non riesco a fare a meno di entrare in risonanza col suo linguaggio, sotto tutti i punti di vista. I riferimenti al cantautorato con legittime aspirazioni pop e di classifica – e quindi a un’epoca che si è protratta, a essere generosi, fino alla seconda metà dei Novanta – sono così evidenti, stratificati e intrecciati da renderne persino banale l’analisi. Qualche nome: De Gregori, Dalla, Ron, il Venditti un attimo prima dello sbraco tardo-80s. Forme che postulano un’angolazione o se preferite un’ambizione: si tratta di musica pop, certo, MA con il cuore e il cervello al posto giusto, non quella roba sensazionalistico/sloganistica buona per i quindici secondi delle storie di Instagram che infesta le playlist contemporanee. Intendo, si sarà capito, il famigerato itpop, con la sua indifferenza per tutto quello che puzzi di eredità culturale, inevitabilmente rapace (debitore) di forme sonore del passato (come non potrebbe?) ma del tutto disinteressato ad altro che non sia spremere una mammella residua del qui-e-ora, definendo canzone dopo canzone un iper-presente fugace come (appunto) un post sul vostro social preferito.

Brunori, invece, mira a un target ben preciso: il suo pubblico ha, sostanzialmente, coscienza dei tempi e – oserei dire: soprattutto – del tempo. E sostanzia questo aspetto raccontando storie intenzionate a delineare una prospettiva che collochi questo fottuto presente tra un prima e un dopo, tra premesse, conseguenze e tutto ciò che sta nel mezzo, vale a dire noi che ascoltiamo. In altre parole, Dario Brunori ci offre una visione morale della faccenda. Assieme a storie che sanno di genuino, che possiedono la grana del verosimile a un millimetro dal vissuto, perché il piglio del cantautore di razza c’è, l’acume che sfiletta i dettagli, l’ampiezza che chiude i cerchi. In questo Cip! – album numero cinque per il musicista calabrese – la sua arte del “cantautorato radiofonico” raggiunge un livello di efficienza davvero considerevole. In effetti, suona di “album della consacrazione” – meglio: di conferma della consacrazione – dalla prima all’ultima nota. Su undici tracce, almeno cinque mettono in mostra un potenziale da hit, ma in genere tutta la scaletta sembra improntata – come del resto accadeva nell’album precedente – a mantenere un’equidistanza tenace tra orecchiabilità sfacciata e ricercatezza d’autore. Il fatto che riesca a sembrare spontaneo, frutto genuino di una calligrafia inconfondibile, è il merito principale del disco e dell’arte di Dario Brunori. Aggiungo, non senza amarezza: uno dei pochi meriti.

I demeriti, al di là di un diffuso piacionismo stropicciato da “splendido quarantenne” di morettiana memoria, aggravato da un hipsterismo pane e vino (se vi sembra un ossimoro: non lo è) e dall’ostentazione di tic canori da fare invidia ai vocalizzi ondulati di Ligabue, risiedono nell’idea stessa di canzone che ne esce. Ognuna di queste canzoni sembra progettata per consolidare la TUA posizione (fate caso all’utilizzzo frequente della seconda persona) di cittadino dotato di buonsenso, di misura, di understatement, di autoironia (piacionissima: “Ci sono certi giorni in cui vorrei alzare anch’io/La coppa dei campioni/E poi ci sono i giorni in cui mi sento veramente/Il peggiore dei coglioni“). Il protagonista-ombra sei TU ascoltatore strapazzato da troppi airplay indegni e quindi bisognoso di canzoni perlomeno dignitose (e da un’idea diginitosa di te stesso). È un processo di riconoscimento e distinzione: noialtri liberal-moderati e loro che invece parlano male/mangiano male, noi che ci riconosciamo invecchiati nello specchio e ci struggiamo di consapevolezza (dell’inevitabilità del lutto ma anche dell’immancabile spaesamento che il lutto, nella sua naturalezza, ci procura) e loro che dividono il mondo in virtù di un manicheismo più ottuso che strumentale, noi che ascoltavamo Dalla & De Gregori e loro che si spappolano di aperitivi e Thegiornalisti, eccetera.

Si tratta, in definitiva, di un compitino, ma vissuto come se fosse un’illuminazione. Tutto si accartoccia e implode, si compie, in un esercizio di sistematico buonsenso, in una vasta decifrabilità che neutralizza ogni zona d’ombra, in uno sguardo che si limita ad alzare d’un paio di tacche il livello medio di consapevolezza (sia detto: non ci vuole molto) e si convince che questo basti per rendere significativo il messaggio (non senza ragione). Un approccio, se mi consentite l’orrido neologismo, gramelliniano. Che dire, sarà colpa della pubblica disabitudine alla frattura, alla slogatura dell’immaginazione, ma non c’è un solo momento in cui Brunori sembra voler accompagnare l’ascoltatore sulla soglia del “something else”, introdurre un’angolazione (tematica e musicale) inconsueta, praticare lo sconcerto e la rivelazione dell’anomalia. 

Sia chiaro, non sto rimproverando a Brunori di non essere capace di sfornare un cantautorato di alto profilo, anzi: se il suo vuole/deve essere pop, ben venga. Gli rimprovero proprio e semmai l’accontentarsi di un pop confortevole sfruttando le discendenze cantautorali come vaselina culturale. Per capirsi, prendiamo ad esempio Dalla, a cui più volte viene da pensare ascoltando questo Cip!: una canzone in particolare, Per due che come noi, rimanda ai quadretti a due del rimpianto cantautore bolognese, tipo le celebri – e indubitabilmente pop – Cara o Stella di mare. Ma la scrittura di Dalla sfuggiva (sfugge, perché è ancora straordinariamente contemporanea) da tutte le parti, è imprevedibile e imprendibile (le melodie, le strutture, gli arrangiamenti, l’interpretazione, i testi…), scardina la consuetudine svelando le verità serpeggianti sotto la pelle del quotidiano assieme ai fantasmi che bivaccano dietro la maschera dei sentimenti, nella ginnastica delle relazioni. Anche solo il verso iniziale di Cara – una apparente banalità come “Cosa ho davanti” – basta a schiudere una dimensione piena di enigmi e insidie, di incomunicabilità e trabocchetti, che fanno della pop song un piccolo ordigno esplosivo, una cascata di palpiti e inquietudini a grappolo.

In Per due che come noi invece il menage descritto da Brunori è all’insegna di un contro-romanticismo stropicciato che strizza l’occhio a un disincanto sornione, per cui “chi l’ha detto che un culo è peggiore di un cuore“, oppure “vuoi fare un bambino o lo faccio io“, e via così, un verso arguto via l’altro con intensità argomentativa finalizzata più ad accattivare che non a squadernare risvolti, una strategia degna – spiace dirlo – di un talk show pomeridiano. Il pezzo che più sembra riuscire a salire un paio di scalini è l’iniziale Il mondo si divide, forse la più “degregoriana” del lotto (se la gioca con Quelli che arriveranno e Mio fratello Alessandro) con quello sguardo ecumenico che rincula nel privato non senza una certa grazia: eppure, anche questa non sa evitare la trappola dell’understatement piacione (laddove De Gregori non mollava mai la tensione poetica, nemmeno quando augurava buonanotte al fiorellino), lasciandoti col sospetto che si tratti di un mimetismo del tutto voluto, mirato a ingraziarsi i nostalgici del cantautore romano (non siamo di fronte a un caso eclatante come il fenomeno Audio 2/Battisti, ma ci siamo capiti).

Il punto non è – ripeto – l’incapacità di confezionare pezzi di cantautorato “alto”, qualunque cosa voglia dire, ma di volersela giocare sul piano di un pop radiofonico “non banale” e di cavarsela col minimo sforzo. Brunori sembra avere i numeri per ambire a un pop che si porti dentro il germe imprevedibile della semplicità (che è una complessità risolta) ma – ahilui, ahinoi – si accontenta di andare in scioltezza grazie al lubrificante della facilità (che nei casi migliori è una complessità aggirata). Si dirà che sono tempi difficili, che non è il caso di andare troppo per il sottile, che già dovremmo ringraziare se in radio passeranno canzoni come queste, musicalmente curate (nulla di coraggioso e originale: ma non è certo questo il punto) e melodicamente appassionate (in perfetto Brunori-stile), quasi sempre riuscite (a parte le invero bruttarelle Benedetto sei tu e Fuori dal mondo), soprattutto latrici di versi quali “Dividere le cose è un gioco della mente/Il mondo si divide inutilmente” oppure “Sia benedetto il Signore Gesù Cristo che se fosse nato oggi non l’avremmo neanche visto”. Ok, certo, molte grazie, però lasciamo perdere i termini di paragone (Coez? Tommaso Paradiso?). 

Avrà successo, questo Cip!, lo ascolteremo a lungo e ovunque. Ci farà anche bene ascoltarlo, canticchiarlo. Sarà una delle migliori occasioni di intrattenimento musicale per qualche settimana, forse per qualche mese. Ma sarà solo questo e – per quanto mi riguarda – conterrà il rammarico del molto di più che potevo attendermi, che potevamo attenderci.

Sì, ragazzi: la musica pop italiana ha un problema. E Brunori, ahinoi, non è la soluzione. Casomai è un sintomo tra gli altri.

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