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Con entrambi ad aver trascorso venticinque anni di carriera coltivando un’ossessione particolare per la musica (lato soundsystem per il primo, lato drone-rock per il secondo) Kevin Martin e Dylan Carlson rappresentano oggi due immarcescibili baluardi di un sound tellurico che, ancor prima di essere forma, incarna la quintessenza stessa dell’heavy, una vibrazione viscerale in grado di raccontare l’uomo dal punto di vista della terra o dell’urbano, e non viceversa. Dopo un EP – Boa / Cold – che li ha visti saggiare la collaborazione a nome Bug vs Earth nel 2014, i due tornano a lavorare assieme mettendo su disco alcune session registrate a Los Angeles, città rappresentata come l’equivalente di calcestruzzo del deserto su cui sfuma verso Est, un contrasto che si presta idealmente ad una più generale digressione socio-politica.

Martin ha descritto il disco come un gemello di London Zoo di The Bug, album del 2008 che documentava un crescendo di tensioni urbane nella Londra sconquassata all’epoca anche dell’esplosione del dubstep; da queste parti però i due preferiscono la meditazione e la pittura ambientale, pensando semmai, sul lato del concetto, al più deteriore e deteriorato dei sogni hollywoodiani. Il deserto di cemento dunque, come la sagoma sull’asfalto dell’American Dream (che è anche il titolo della traccia centrale del disco) o ciò che rimarrà dopo il fallimento politico di Trump.

Lavorando di texture sintetiche e polverosi riff di chitarra, il lavoro non gioca di potenza come sarebbe stato lecito aspettarsi viste le premesse e le parti in gioco, piuttosto si abbandona ad una cinematografia immaginifica su scala di grigi che per il produttore britannico è la diretta conseguenza della recente esperienza discografica con Fennesz (Edition 1, 2015) a nome King Midas Sound, mentre per l’amico di gioventù di Cobain è un modo di ritornare, ancora una volta, al sound di Hex tra Morricone, il Dead Man di Neil Young e una narrativa american gothic. Non mancano momenti direttamente ancorabili all’esperienza The Bug, che qui riavvolge il nastro fino al periodo – assolutamente 90s – di Tapping The Conversation (gli sconquassanti noise effect che penetrano le nebbie di Snakes Vs Rats, il ritmo quasi dancehall di Don’t Walk These Streets) ma, in generale, il disco potrebbe benissimo rappresentare il negativo della soundtrack che Ry Cooder confezionò per il “Paris Texas” di Wenders. Ed è un bell’ascoltare.

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