• Dic
    14
    2012

Album

Hyperdub Records

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Burial ci è e ci fa. Gioca con la non-immagine che si è costruito ma che a prescindere lo rispecchia, questa figura se non proprio di santo laico sicuramente di eremita ed eretico tipo Bansky del dubstep. In mezzo a tutta questa agiografia – in bianco e in nero – qualcosa forse c’abbiamo anche capito.

I suoi pezzi sono tutti uguali. Perché lui è uno che ha inventato qualcosa che è solo suo – una musica che prima di tutto è un suono e quindi un’idea – e come molti artisti che diventano aggettivi – burialiano – tende a firmare sempre lo stesso gesto, lo stesso pezzo. I pezzi di Burial sono stereotipi disegnati addosso a se stesso solo, copie figlie dello stesso stampo, tutte uguali e tutte diverse perché gli scarti che si annidano nei solchi della matrice sono il segno della differenza, l’ossessiva – autistica? solipsistica? ruffiana nel suo trincerarsi così outsider? – esplorazione delle variazioni della stessa formula, a partire sempre dagli stessi ingredienti. Di tutte le cose che spiegano e fanno di un suono il suono-Burial (le cadenze jungle/2-step impolverate ma soprattutto il timbro legnoso del rullante, la ambience sporca eppure vaporosa, uno spazio riempito solo dai vuoti del dub), in mezzo a tutti questi microscarti (la scoperta della house e della techno, almeno fin da Unite, 2007; del rumore stile field recording, fin da Distant Lights, 2006; dell’uso (anti)strutturale della voce, fin dagli strappi di South London Boroughs, 2005), restano massimamente – massivamente – burialiane soprattutto quelle voci fantasmatiche, pilastri fragili al centro di soundscape che raccontano un’idea di soul trovato, ritrovato tra detriti, da dopobomba. Generi e stilemi questi citati che Burial rilegge come smaterializzati, come quello che resta quando di essi non resta che l’idea. E allora più che scoperte: ricordo. Più che legnoso: fossile. Più che dub: suggestione dub. Più che soul: emo.

Con il dittico Truant / Rough Sleeper – ancora e sempre titoli autodescrittivi come bozzetti o cortometraggi – Burial continua le sue microesplorazioni. Qui lo scarto al centro del gioco è lo sviluppo del collagismo diciamo elettroacustico di Kindred, tanto che quando Kode9 aveva messo i pezzi – per intero, solo con una lunga intro di 10 minuti – al Club to Club pensavamo stesse smanettando assai, anche troppo. E’ invece no, è solo lui che gioca di strappi, salti di puntina e silenzi in uno slacked radio switch che disattende di continuo l’ascolto, smette di farti muovere a tempo ma senza il gioco degli stop&go, facendo diventare questa musica elettronica musica folk raccolta per strada: entografia di un ricordo. E’ il dubstep del ritorno a casa dopo la notte, del sonno, del sogno. In linea con il lavoro sulla memoria che Hyperdub sta facendo particolarmente suo negli ultimi tempi, legando assieme utopismo afrofuturista e retrologia.

Una voce dice I fell in love with you per raccontare un abbandono che è più una rassegnazione, tra tante piccole tracce sparse, anzi sparigliate in sezioni anche molto nette, che confermano il Burial sfocato perché sempre in leggero movimento che conosciamo (pathos ascensionale, accenni techno-house, scheletri trip hop, slavati ricordi come tinnit dopo un rave, pulviscoli dark ambient, bolle dub, addirittura un sax come fusion in un vicolo). Un abbandono che è rassegnazione ma non (più) disperazione (forse accettazione), con un sorriso che alla fine si apre timido sul volto, una pulsazione housey e uno scampanellio baciati da una semplicità e da una grazia speciali, che riportano in scena la luce pallida e tiepida di Moth. Burial sta portando avanti un percorso personale (forse anche troppo, rappresentativo di se stesso soltanto), ma con questa storia degli EP centellinati adesso ha stancato. Per capire a che punto di cottura siamo serve l’album.

21 Dicembre 2012
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Burial

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