Recensioni

7.5

Già lo si era intuito dall’omonimo album dell’anno scorso: Burial si distingueva dalla congrega del grime/dubstep per l’uso innovativo delle voci. La parola cantata insieme allo sprawl londinese risultava elemento di eccellenza rispetto alla pletora di DJ della scena; e lui, anche se conscio di questa sua trasversalità, è sempre stato nascosto, per un anno ha atteso in silenzio. Il silenzio di chi medita. Untrue, come dichiarato dal boss della Hyperdub è hyper-soul, ma non quel soul che circola nelle piste (infarcito di r’n’b e effetti speciali), piuttosto la sua versione subliminale – del dopo Generation E -, quella che indaga nel subconscio del Raver, il portale su una città d’anime senza volto che cercano un riscatto senza nome nel dedalo urbano.

L’attenzione e la cifra stilistica si concentrano sul timbro, filtri e trattamenti per le voci, un make-up bianchissimo che conserva un pallore e un calore unici. Sotto/assieme l’ossatura ritmica, appena un frastaglio 2-step, tutt’al più speed-garage sotto provetta. Un tech spogliato d’ogni cinesi chimicamente indotta. La metafora è più il sistema endocrino che l’esoscheletro. Infine l’atmosfera: il colore della notte dipinto d’archi. Archi in echi eterni. L’oscurità che si fa wave, come a dire la sporcizia perfetta delle puntine sul piatto (Archangel), la breakbeat meditation (Near Dark), pseudo droni e malinconie underground (Ghost Hardware). È un disco che è un tutt’uno Untrue, un concept che mescola lamenti e ambienti urbani come dei Boards of Canada (la perfezione dell’intreccio in Endorphin o la bellissima tensione irrisolta di In McDonalds) in combutta con i Massive Attack (Shell of Light) alla fine del corridoio morrisoniano. La sua città d’elezione è Bristol, città dove tutto torna dopo la sbornia drum’n’bass (vedi il minimalismo di Raver), un lasso di tempo che sembra una vita fa ed è ora.

È un po’ come per l’Endtroducing di Dj Shadow, Burial conia sull’onda grime un nuovo paesaggio, e proprio come Davis nel 1996 faceva con l’hip hop, anch’egli converte oggi il ritmo e lo spazio in un’oscura odissea nu-ambient urbana. La completa riuscita dell’album è racchiusa in questa frase e in metafore come il fuoco dell’anima che brucia lentamente. Una brace eterna tra underground hell e un black paradise senza classi né stratificazioni sociali. Già, il riscatto impossibile della Britannia di sempre. Il motore d’ogni rivoluzione musicale made in UK. Soulstep is the new limbo.

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