• nov
    28
    2016

Hyperdub Records

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Immaginavamo che Will si sarebbe fatto risucchiare da Dark Souls II. Ma non così tanto. A gennaio 2014 pareva che mancasse se non “poco” comunque “non troppo” per la nuova uscita. E invece. In ogni caso ha rispettato la neo-installata tradizione di pubblicare a fine anno, anticipando in questo caso di poco, metà novembre invece di dicembre. A questo punto, per marcare una leggera differenza nella insistita ripetizione con cui l’abbiamo trattato negli ultimi tempi, peraltro indulgendo nella stessa strategia coatta (scarti minimi a fronte di una cifra stilistica così forte da essere ormai cliché), su Burial occorre aprire la parentesi personale. E passare alla prima persona. Di Burial ho seguito le vicende praticamente dall’inizio, l’ho studiato (nel senso che “sono andato a spiegarlo ai londinesi“, prendendo un volo che partiva esattamente nelle ore dell’affaire Four Tet/The Equalizer; ci ho scritto sopra articoli di semiotica e parte della mia tesi di dottorato), ma non per questo l’ho amato da subito, anzi.

Quell’afflato così emo di Archangel: capivo perché piaceva, ma non era cosa mia. Burial era soprattutto – semioticamente, scusate – interessante: tutta la questione dell’identità negata, del complottismo serpeggiante, di una musica già di per sé fantasmatica – il dubstep come “fossile del drum’n’bass” o “elegia del rave” – ulteriormente dematerializzata, sublimata, il post-dubstep, eccetera. La traduzione della Londra dal tramonto all’alba, la cinematograficità dei soundscape e via discorrendo. Burial ho cominciato ad amarlo da ascoltatore, dopo averlo – forse – capito, solo di recente. La folgorazione è stata la premiere di Truant/Rough Sleeper portata da Kode9 al Club to Club 2011. È stata una piccola epifania. Ascoltare quei brani strapazzati eppure elegantissimi nella loro ostentata incompiutezza, nella loro perseguita mancanza di risoluzione, di distensione, in un contesto in fondo superdancefloor e che poi infatti si sarebbe accesso con i Disclosure. Da quel momento ho cominciato non solo ad ascoltarlo, Burial, ma anche sentirlo. Scusate. Ho cominciato a riempire gli spazi vuoti della sua musica, a metterci dentro le mie cose. A metterle negli interstizi, nelle crepe del suo percorso sicuramente ossessivo, sicuramente patologico, la memoria personale e quella collettiva, la musica come dimensione escapologica, una musica che fosse a un tempo stesso canzone, traccia, ambient, soul music, folk urbano, elettroacustica popular, reincarnazione della tradizione urban londinese (drum’n’bass, trip-hop, dubstep), sua trasfigurazione hauntologica. Ho cominciato a giocare il suo gioco.

Nei giochi tra testi e contesti, dentro e fuori, oggettivo e soggettivo, penso di averlo capito alla fine Burial, di avere capito – molto poco semioticamente – l’uomo Will Bevan, una specie di Re Pescatore dell’elettronica inglese, la sua musica e quello che questa ci racconta di lui. Perché poi non è vero che conta poco, se la musica ha senso per noi anche e soprattutto al di fuori del gioco di specchi del suo senso strutturale, del suo significato interno e autoreferenziale (la musica che “significa solo se stessa” di Hanslick e Stravinskij), per quello che ci racconta del mondo e di noi, di quello che di chi l’ha fatta può appartenerci. Con tutti questi giri di parole non voglio dire che Burial sia dio, per carità, ma un musicista che ha messo la sua vita in musica, e che questa vita in musica e questa musica parlano di me e di noi. Penso di avere capito anche perché non pubblica più dischi lunghi, ma solo EP e singoli: uno, Will è malato di musica, è un malato delle produzioni, si ammazza di El-B e A Guy Called Gerald, ma non è mai stato un nerd della produzione, quantomeno delle sue, per fare un pezzo me lo immagino sul serio che aspetta l’ispirazione romantica e teenagerissima che ostenta(va) nelle sue solipsistiche interviste; poi, avrà anche una vita, degli affetti, una riservatezza che abbiamo capito davvero solo quanto l’ha incrinata per essere lasciato in pace, ricordo certi thread su Reddit segnalati da un paio di amici burialiani dove si commentavano foto dove forse c’era lui che mangiava al ristorante e in cui se ne rintracciava un omonimo che faceva da impresario per altri artisti o aveva un’immobiliare; soprattutto, quale formato migliore di quello breve – che poi è una finta, visto quanto durano i pezzi – per riportare in vita, ma in stile defibrillatore buonanotte, la mitologia confusionaria dei white label della golden age rave? Magari è una banalità assoluta, ma nel percorso da fermo di Burial, come quando si fa lo step in palestra (pun intended), nel suo percorso laterale come di uno che si muove spalle al muro su un cornicione, leggo una coerenza rara che è il suo valore aggiunto. Ci leggo una programmaticità naïve che altri si sognano.

Tutto questo per dire che questi due pezzi, uscita Hyperdub numero cento, sono l’ennesimo eterno antipasto burialiano, l’ennesimo motivational di stampo emo – ribadisco: EMO – dalla funzione squisitamente fàtica (il “dire di esserci”: “I will always be there for you”), l’ennesimo statement alt-identitario (i sample da videogame, film e serie di culto), l’ennesimo oroboro autocitazionista (il loop “sotto” è à la Moth), l’ennesimo – splendido – cul-de-sac insomma. Perché scusate: sì sono miniature, e sì è veramente sempre – quasi – la stessa roba, ma quello che viene fuori mettendo assieme le fonti impiegate – note e non, non ancora scoperchiate dai vari WhoSampled – e per esempio l’intreccio tra Mike Oldfield, Last Ninja 2 e delle astanze di tastiera diciamo tra Carpenter e Stranger Things, quello che viene fuori dicendo e soprattutto non dicendo, suggestionando, è da scuola di retorica a mezzo musicale. E fa parte della retorica con cui si presenta e con cui viene accolto, e che è anche facile perdere per strada se non si è disposti a scendere a patti con questo, che è un oracolo sibillino e in fondo dispotico nel suo essere così ostinatamente fuori dal proprio tempo, ma se c’è una dimensione davvero ricca nella musica di Burial è quella dell’intensità. Se voleva trovare la formula magica dell’eterno déjà vu, ci è riuscito: una specie di Memento picchiettato a suon di tatuaggi di luce fioca. Se il ghiaccio può bruciare, Burial sublima come ghiaccio secco ormai solo il mito di se stesso, appollaiato su una pira le cui fiamme a uno stesso tempo illuminano e ancora, nonostante tutto, avvolgendolo, negano allo sguardo.

29 dicembre 2016
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