Recensioni
Butthole Surfers
Psychic... Powerless... Another Man's Sac
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Tommaso Iannini
- 18 Novembre 2013

C’era una volta una band, la cui aspirazione era portare in giro per l’America caotici spettacoli di musica deforme, irriverente, grottesca, sfrigolante di rumore in mezzo a fumo, luci stroboscopiche, ballerine nude, proiezioni di filmati inguardabili e un vario assortimento di altre amenità. Spettacoli che erano una via di mezzo tra l’Exploding Plastic Inevitable Show, GG Allin e il circo Barnum. La band c’è ancora in verità, anche se non è più attiva ma sta più altro amministrando il proprio catalogo. Si chiamano Butthole Surfers.
Era il 1981 quando Gibby Haines e Paul Leary formavano la band originaria, a cui due anni dopo si sarebbe aggiunto King Coffey alla batteria (e una seconda batterista, Teresa “Nervosa” Tayor sarebbe arrivata di lì a poco). Nel 1983, per i tipi della Alternative Tentacles, usciva l’EP omonimo, conosciuto anche con titoli ben più maliziosi quali Brown Reason to Live o Pee Pee the Sailor; un mini album a 69 giri (!) tra i più eccitanti e politicamente scorretti della scena underground americana, dove una novelty hardcore come la mitica The Shah Sleeps in Lee Harvey’s Grave faceva compagnia a pezzi non meno folli e dissacranti che si giostravano tra rumorismo e rimasugli di folk rigurgitato. Musica orrenda? Disgustosa? Rivoltante? Geniale? Sì, geniali e stupendamente rivoltanti, i Butthole Surfers cavalcavano l’onda tra l’avanguardia e la… parodia. E lo facevano benissimo.
Il loro rock dell’assurdo ha alle spalle una sua solida tradizione, che include gli irregolari degli anni ’60, il genio di Captain Beefheart, i Fugs, il free form freak out dei Red Crayola, gli altri psichedelici texani, le nevrosi avant-punk dei Pere Ubu, le convulsioni futuristiche dei Chrome, la genialità demenziale dei Devo, i Residents, l’hardcore acido dei Flipper… Tutto rimasticato e sputato, comunque, a modo dei BH. Che amano la gazzarra e ce lo dicono chiaro e tondo con la voce da muezzin clownesco di Haynes, la chitarra schizoide di Leary, una sezione (poli)ritmica con la doppia batteria, in un putiferio di distorsioni, accordature mancate e dissonanze spinte. Ma i Butthole Surfers sapevano anche scrivere canzoni. Quando volevano. E se volevano.
Dopo un EP live, il gruppo passa alla Touch and Go e pubblica il primo album. Che per quanto irriverente nel titolo, nella copertina, nello stile, ha dalla sua brani fatti e finiti, a tratti persino orecchiabili. In Psychic… Powerless… Another Man’s Sac il free(k) rock orgiastico dei texani fa un cannibal holocaust di qualsiasi genere/sottogenere: hard rock, punk, hardcore, folk, psichedelia, blues, elettronica e rumorismi vari. Più tardi i Nostri avrebbero fatto una cosa per volta, ma qui è tutto insieme appassionatamente. Dum Dum fa il verso ai Black Sabbath di Children of the Grave (anni prima della famosa Sweet Loaf su Locust Abortion Technician), lo swing tribalista di Woly Boly non sarebbe dispiaciuto ai Birthday Party, Butthole Surfer e il cow punk di Gary Floyd (dedicata al cantante dei Dicks) fanno dell’hardcore un teatrino provocatorio e delirante come i migliori Dead Kennedys.
Di fermenti post-punk si nutrono invece i brani più perversi e sperimentali: Concubine, isterica e lenta come e più di certe cose dei Flipper, o la new wave al quaalude di Cowboy Bob e Cherub dove i surfisti si travestono da PIL più gigioni e megafonati. Il non plus ultra della ossessione scatologica si traduce in Lady Sniff, blues demenziale in cui a un riff di chitarra scordatissima risponde una sarabanda di suoni organici, o per meglio dire fisiologici, e non dei più eleganti (pernacchie, sputi, rutti, peti).
Questa vocazione grottesca per la coprofonia è poco rispetto alle prodezze trasgressive con cui i pazzi texani si faranno conoscere e riconoscere nei loro picareschi e pirateschi viaggi in giro per l’America, quasi sempre sotto l’influenza di sostanze stupefacenti. Ma se ci limitiamo alle produzioni di studio, Psychic… Powerless… Another Man’s Sac, terzo reperto della carriera e primo 33 giri, è, se non il migliore in assoluto, uno dei migliori dischi della band di San Antonio. Una delle più distintive – oltre che spassose – di un decennio di rock underground USA.
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