Recensioni

Succede spesso nella vita di ritrovarsi a festeggiare obiettivi raggiunti che fino a qualche tempo prima non erano vivi nemmeno nella più remota delle ipotesi. Probabilmente è la sensazione che deve aver provato Calcutta quando, salito sul palco allestito all’interno dello stadio Francioni di Latina, è stato investito dalla marea umana accorsa per salutare il nuovo vate del pop italiano. Si, perché definire un fenomeno del genere ancora “indie” suonerebbe improprio: con Evergreen il pubblico di Calcutta è diventato ancor più multiforme, allargando l’età anagrafica rispetto a quella fetta ben delineata che lo seguiva ancora con curiosità e velato distacco ai tempi di Mainstream.
Da quel successo incredibile nasceva un fenomeno unico intorno al quale (oltre a numerosi cloni) si è creato con velocità incredibile (e grazie ai colpi di genio di un’etichetta mostruosa come Bomba Dischi) un movimento, una marea fatta di musica nuova e soprattutto collaborativa nell’accezione più politica del termine. Ed eccola a Latina questa ondata, tutta sul palco prima del piatto principale. Prima Mèsa, giovane cantante romana che si smarca invidiabilmente e con personalità dal pericoloso levantismo serpeggiante. Poi Francesco de Leo, delizioso, anche se non acclamato a dovere, nei brani del suo ultimo La Malanoche e struggente nell’esecuzione de Un fiore per coltello de L’ officina della camomilla. A seguire tutti in piedi per Frah Quintale, fiammante nel suo set dove è presente anche Giorgio Poi (alla chitarra anche con Calcutta) e degna sponda per scaldare il pubblico a dovere per il padrone di casa. Ma se in questi anni tutto è citazione, nostalgia e derivativismo, perché non accogliere Calcutta con brani degli anni Novanta (basta citare 883 e Lunapop) e concludere con una sciarpata in pieno stile ultras (ah, le sciarpette all’ingresso erano in omaggio) sulle note di Wonderwall?
Proprio su questa voglia di revival si innesta il visual che accompagnerà il concerto, tra voci robotiche, scritte da Ms-DOS, riprese video da Pavarotti and Friends e ironiche guasconerie alla EELST (tremendi i passaggi della fake réclame Acquaparda con protagonista Pierluigi Pardo). Incredibilmente però tutto funziona senza intoppi all’apparato digerente e ci restituisce un Calcutta perfettamente calato nel suo ambiente: sciarpa del Latina, un saluto alla nonna che abita poco distante, l’ironica invettiva contro i gialloblù sulla stessa Frosinone. Stavolta l’impianto è imponente e si fa sul serio: quattro coriste, il delizioso vibrafono di Daniele de Gregorio e una band che non sbaglia un colpo. Calcutta, seppur serbi un’attitudine vagamente slacker, non è più l’impacciato outsider del tour di Mainstream e la voce su bombe come Kiwi, Paracetamolo, Gaetano, Cosa mi manchi a fare, Briciole è decisa, sicura e mai rotta. Meno chitarra quindi, e tante parole, con un pubblico che ama ascoltare, oltre ai brani, anche la goffa ironia di un ragazzo nemmeno trentenne che racconta di come sia passato inaspettatamente da suonare in locali minuscoli e un po’ per caso a tutto questo. Il primo degli unici due live (il secondo sarà all’Arena di Verona) di Calcutta del 2018 è uno spettacolo totale fatto di romanticismo e tanti abbracci, come quello a Tommaso Paradiso comparso per cantare Oroscopo o quello al suo ex-bassista. Ma anche, in maniera virtuale, a se stesso, eseguendo pezzi pre-Manistream come Arbre Magique, Cane, Fari, e a un pubblico che sembra credergli in maniera sincera.
Se (parole sue) Calcutta pensa di essere all’interno di un talent senza sapere come ci sia finito, dall’esterno la sensazione è quella invece del passaggio storico, dello Zeitgeist. Alla sua festa sono tutti invitati e il classismo di certo indie annientato di schianto. Dai difficili ma fondamentali anni zero qualcosa è nato ed è forse un corso nuovo fatto di una indomabile leggerezza intelligente. Qualcosa che mancava da tanto tempo.
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