Recensioni

Dopo una serie di sette pollici sparsi come le briciole di Pollicino, Camilla Sparksss, l’a.k.a. dietro il quale si cela la svizzero-canadese Barbara Lenhoff (già parte degli art-rockers Peter Kernel), ci fa ripercorrere quelle brevi tracce disperse, qui compilate, per farci giungere al primo album sulla lunga distanza. Ed è subito una sorpresa.
Come una M.I.A. mitteleuropea, una sorta di EMA in botta, altezza primo disco, ma cresciuta nel vecchio continente, una specie di Diva senza paillettes e terzomondismi vari ma zeppa di caligini post-punk/industrial dei decenni che furono, Camilla mischia un (bel) po’ di elettronica, qualche ritmo (ehm) ballabile (casse dritte, ma di un fastidio…) che si direbbe figlio bastardo dell’electroclash, molti input disparati tra synth multidimensionali, noise bipolare, aperture da cold-wave, sporcizia lo-fi da cameretta 2.0 e astrattismi vari, in un calderone di sonorità eterogenee il cui minimo comune multiplo è una botta di disagio diremmo quasi da zona grigia. Anzi, è proprio quell’uso atipico e bastardo dell’elettronica a caratterizzare le musiche di questo spin-off che tanto spin-off non è: ipnotico e sporco, disturbante e malato, seppur inserito in un contesto tutto sommato intelligibile e formalmente “pop”.
Si prenda il concetto nel senso più ampio del termine, come nel caso della chiosa di White Cat: commissionata a Camilla nell’ambito di un progetto di sonorizzazione filmica live per il Centre Culturel Suisse di Parigi, è un fluire di archi ambientali solcato all’improvviso da ondate di white noise da cui riemergono le note trasognate che rappresentano il tributo alla famosa scena degli elicotteri di Apocalypse Now. Come a dire, l’immaginario popular più disturbante e fastidioso reso in forme dialetticamente ancor più estreme.
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