Recensioni

7.5

Ruben e Zagor Camillas sono due fratelli (ma anche no) finto-deficienti che vanno di surreale e grottesco a go-go, se ne sbattono di stili e cliché perché loro “sono” lo stile e i cliché li rielaborano rivoltandoli dal di dentro. Roba che non si deve essere proprio a posto con la zucca (svuotata in pieno clima halloween) per pensare soltanto a musiche del genere, fatte di calembour sonori e lirici a incastro simil-cubo di Rubik, metà teatro dell’assurdo e metà cabaret degli anni andati, ipotetica colonna sonora per ludoteche composta da bambini troppo cresciuti in altezza e larghezza, di pop fuori asse e demente di una demenza che sfiora il geniale, tanto è semplice e insieme candido come zucchero filato alla fiera del paese.

Le Politiche Del Prato è un comeback in coproduzione (da Wallace a Tafuzzy…) e apparentemente vive di genialità a basso costo: qualche tastierina, qualche percussione, una chitarrina, moltissimi intrecci vocali e una capacità compositivo-creativa (auto)ironica e grottesca da spavento. Ma altro che povertà; qui si moltiplicano pani e pesci e si va di pop a 361 gradi, tanto che ci sarebbe da scrivere un saggio di sociologia della musica per intendere un minimo (ma proprio poco, perché quando pensi di aver capito loro sono già altrove) dell’universo buffonesco dei Camillas, tanta è la roba da dire sul cantautorato “all’italiana” e il folk agreste sui generis, sul cabaret autistico-esistenziale e l’elettronica da fritto misto, sul Bugo centrifugato a forza di cartoni animati tra 70 e 80 e il Cochi e Renato meets Devo del 2.0. O, per finirla, per comprendere l’immaginario pop deforme, allegro fuori e triste dentro, di un duo che merita incondizionatamente tutto il rispetto del mondo. Ché alla fine scrivono pure delle signore canzoni.

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