Recensioni

7.2

Il prologo della vicenda Campos è a Pisa nel 2011, e nasce dalla collaborazione tra Simone Bettin, già bassista dei Criminal Jokers ma qui passato alla chitarra (e voce), e Davide Barbafiera alle tastiere e alle percussioni elettroniche. L’intento originario è quello di comporre musica per chitarra acustica e percussioni, ma dopo le prime timide e stringate produzioni, Simone decide di trasferirsi a Berlino mentre Davide rimane a Pisa e il progetto diventa quindi un’operazione a distanza, con i due che si mandano le tracce da completare via web. A questo punto al gruppo si unisce la bassista australiana Dhari Vij, che aumenta il livello di compattezza del sound. Fra il 2015 e il 2016 il trio registra autonomamente i brani del primo album, ovvero Viva, masterizzato dal dj berlinese Jan Driver.

Viva è un disco di folk digitale che si muove su due strutture parallele. La prima è in un certo senso predeterminata dalla distanza fra Bettin e Barbafiera, per cui eliminate le session di registrazioni unitarie, il processo compositivo viene concepito come un gioco ad incastro in cui la traccia iniziale viene mandata come bozzetto musicale dall’uno all’altro, risentendo quindi positivamente del fluire costante delle influenze musicali e delle situazioni circostanti. Solo la finalizzazione definitiva è stata fatta in maniera corale in uno studio casalingo. Questa strategia dà all’album la peculiare sensazione di prodotto in perpetuo divenire, e parallelamente agisce una seconda dinamica, che vede i Nostri rispolverare stili del passato prossimo, per poi sottoporre questi stessi reperti a un processo di straniamento e riadattamento, iniettando e spargendo all’interno del canovaccio originale, elementi mutanti attraverso le tastiere e le percussioni trattate elettronicamente.

Si colgono riferimenti sparsi a un certo folk rock americano nelle sue svariate estensioni, dagli anni Sessanta ai Novanta: il quasi Tim Buckley di Am I A Man e Freedom To Sink reso glaciale dalle tecniche glitch di Barbafiera e dalla voce impassibile di Bettin, folk appalachiano (You Keep Thinking), ballate dylaniane come Cargo Cult (dove a un’intro acustica viene abilmente sovrapposto un arrangiamento elettrico e linee ritmiche raddoppiate), esempi alti di desert folk-rock come Uneven Steps e Storm che ripropongono in forme postmoderne ed elettroniche lo spirito epico della frontiera. Il mix folgorante di folk e art-rock futurista alla Peter Gabriel di Space apre di fatto una seconda parte del disco che indulge maggiormente sull’avanguardia modernista (How My Son Started Walking, piena di loop e overdub), sull’ambient (Faraway, vicina alle sperimentazioni quartomondiste di Jon Hassell) e al decadentismo esistenziale (la ballata reediana di Freezing). Il gran finale di Straight Ahead (deliquio pianistico iniziale, canto apatico e lapidario che si evolve in un Merseybeat androide e rallentato) è un collage di ritmi e frammenti intrisi di incongruenze, iperboli e temi conflittuali, in un brano che è un saggio di pop dadaista nel senso in cui lo intendevano gli Art Of Noise.

I Campos potrebbero essere il gruppo che tutti aspettavano dai tempi degli Yuppie Flu. L’intrigante artwork, che riprende temi tipici dello stile art decò e africano è stato curato da Martina Gunkel e da Davide Barbafiera.

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