Recensioni

Crederci o meno all’escamotage del “ritrovamento del manoscritto” abbandonato in qualche cassetto, è questione personale e, in quest’ultimo periodo, particolarmente abusata in ambiti extra-musicali (vedi alla voce, baule di Pessoa o dei neo-entrati nel club Saramago e Tabucchi). Sia come sia questi “nastri perduti” riesumati dall’archivio dei krukki in modalità fortuita – la dismissione dello studio originario ha permesso il recupero di una trentina di ore di registrazioni poi sapientemente censite da Irmin Schmidt e Jono Podmore con l’aiuto di mr. Mute Daniel Miller – è quanto di meglio non solo gli aficionados duri e puri ma anche ogni singolo ascoltatore di musica potesse auspicare.
Un triplo cd boxato in confezione da vinile 10” contenente oltre 3 ore e un quarto di musica che lanciano uno scandaglio di fondamentale importanza nel “materiale di scarto” della formazione tedesca. Una sorta di sonda che permette di allungare lo sguardo sul periodo ’68-’77 della formazione classica a quattro (Czukay al basso, Karoli alla chitarra, Liebezeit dietro al batteria e il citato Schmidt alle tastiere) più, alternati, i due cantanti Mooney e Suzuki. Il periodo indubbiamente più prolifico dal punto di vista compositivo e creativo e che annovera pietre miliari come Tago Mago oltre che una insistente ricerca del nuovo in musica che ha segnato intere generazioni di musicisti.
Lost Tapes si trasforma così non in una raccolta di pezzi secondari (prova ne è anche l’ascolto in streaming circolato nei giorni scorsi), quanto in uno strumento fondamentale che aiuta a comprendere ancor più a fondo dei dischi ufficiali disseminati lungo quel periodo, quanto l’avanguardia targata Can fosse realisticamente avanti qualche decennio rispetto al pur buono panorama contemporaneo tedesco ed europeo e che questi pezzi – parola dei compilatori, da non considerarsi come outtakes o scarti di produzione quanto pezzi compiuti ma semplicemente non finiti su release ufficiali – dimostrano appieno.
Nelle tracce sparse in questo triplo gioiello, infatti, la classica matrice krauta fatta di derive cosmiche, reiterazioni e approccio sperimentale e anti-classico al rock (pensare alla provenienza accademica del fondatore Schmidt, allievo di Stockhausen, è molto d’aiuto per comprendere le evoluzioni future e il distacco dal rock canonico del tempo), si unisce a tentativi trasversali di sperimentazione su un corpus rock che non era già più rock, partendo da presupposti differenti – la citata provenienza di alcuni membri – e giungendo su lande mai esplorate, prima e rese pietra di paragone, poi.
Sketches di aritmia ritmica (E.F.S 108) e bucoliche ambientazioni pastorali (Oscura Primavera), litanie venusiane (Private Nocturnal) e sermoni pre-industrial records (When Darkness Comes) si alternano al trademark della casa mostrato al suo meglio tra splendidi inediti (Waiting For The Streetcar e Bubble Rap) e classi coni resi in forma live (Spoon e Mushroom su tutti). Mostrandoci un lato nascosto che, seppur non imprevedibile, lascia semplicemente a bocca aperta.
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