Recensioni

Puntualizziamo subito: non si tratta di un’operazione sensazionalista di quelle che tirano fuori dal cilindro inediti per accreditare ristampe deluxe, oppure scoprono live dentro certi cassetti rimasti strategicamente chiusi per decenni. Se quelle sono pruderie per appassionati che una volta esaurito il godimento lasciano il tempo che trovano, il caso di questo Bat Chain Puller ha più l’aria di un atto riparatorio dovuto. Sarebbe stato il decimo disco per Don Van Vliet sotto il famigerato moniker Captain Beefheart, il primo con lo zampino dell’amico (si fa per dire) Frank Zappa dai tempi del formidabile Trout Mask Replica, segno inequivocabile di ritorno all’azzardo sonico dopo alcune prove volutamente più accattivanti (che peraltro avevano clamorosamente toppato l’appuntamento con le classifiche).
Le incisioni erano praticamente terminate quando il fato ci mise lo zampino, provocando lo scozzo definitivo fra Herb Cohen e Zappa, con conseguente dissoluzione della DiscReet e ibernazione dei nastri in un limbo durato tre decadi e mezzo. Negli anni successivi Beefheart riutilizzò quasi tutti i pezzi, ogni volta trovandosi obbligato a reinciderli, soprattutto per Shiny Beast che – giustamente, visto che di fatto ne prese il posto – recava proprio Bat Chain Puller come sottotitolo. Sappiamo bene poi come è andata: Van Vliet fu musicista per pochi anni (e due dischi) ancora, preferendo dedicarsi ad una proficua carriera di pittore. Non c’è motivo di pensare che le cose avrebbero preso una piega diversa se questo disco avesse visto la luce come era nelle intenzioni originali, anche perché pare che tutta la carriera del Cuordibue sia segnata dalla luce di quel buco nero (parlo del Trout Mask, ovviamente) che nel ’69 divorò steccati e alibi alle generazioni di rocker coeve e future.
Tuttavia l’ascolto di questi blues basali, aspri e balzani, disarticolati e languidi, procura subbugli e sobbalzi a getto continuo, come un carosello di lucide sconcertanti preveggenze. A partire dalla title track, marcetta spastica che tra armoniche ebbre e schizzi elettronici giustappone arpeggi di chitarra dall’aria intrusa come certi patchwork The Books, per non dire dello sbraitare catarroso che diresti mosso da tracotanza Beastie Boys. Seguono in ordine sparso i The Who triturati P.I.L. di Owed T’Alex, il Dr. John devoluto Pere Ubu di Floppy Boot Stomp, il Waits mannaro alle prese con trame sghembe Gastr Del Sol di Odd Jobs, i Minutemen disidratati di Human Totem Pole, eccetera. Una tavolozza essenziale ma evocativa, la fibra acida dei 70’s al servizio della follia lucida d’un espressionista surreale, stilisticamente famelico e privo di inibizioni, che si tratti di prestarsi nel ruolo di crooner sornione – sorta di Randy Newman patafisico – in Harry Irene o di cacciare fuori adenoidi errebì infiammate d’invettiva teatrale in Brick Bats (chitarra scorticata e sax impazzito), di abbozzare folk crepuscolare John Fahey (Flavor Bud Living) o struggenti siparietti canterbury (Chariot).
Il valore aggiunto del caso sono bonus track come Candle Mambo (zappismi arguti, irresistibilmente balzana) e soprattutto Hobo-ism, rigurgito blues armonica e chitarra acustica, basico e spettrale, acidità atavica a bassissima fedeltà, tanto che t’immagini il diavolo darsi alla fuga prima di siglare il famigerato patto. Il succo della cosa è: al di là del valore “storico”, del suo essere tassello importante finalmente rimesso al suo posto, è un disco che straripa inventiva senza fronzoli, di una modernità flagrante, una goduria da diffondere nei padiglioni di grandi e piccini. Ogni generazione meriterebbe un Beefheart. Facciamoci coraggio.
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