Recensioni

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Quando un artista si spende in prima persona per farti tutto un pippone introduttivo sul suo nuovo disco, il minimo che tu, recensore, possa fare è leggerlo con molta attenzione. Non è nemmeno sorprendente che Will Toledo in tutta questa apparente frenesia produttiva o piuttosto pubblicativa («ha fatto tre o undici album a seconda dei punti di vista»: lo dice persino il suo ufficio stampa…) celasse un approccio molto ben ponderato a quello che da un punto di vista teorico, ma non solo, è il vero successore di Teens of Denial. Un disco pieno di (relative) novità e frutto di non meno di quattro anni di gestazione (addirittura dal 2015).

È interessante però – molto interessante – leggere le premesse di questa operazione attesissimo seguito. Sentiamolo direttamente dalle parole del leader. «Mi sono reso conto che, siccome il mio modo di ascoltare la musica era cambiato, allora doveva cambiare di conseguenza anche il mio modo di scrivere. Stavo ascoltando sempre meno gli album e sempre più le singole canzoni, canzoni di qualunque tipo, finendo sempre dopo un po’ per trovarne qualcuna che sembrava avere un’energia speciale. Ecco, allora ho pensato che sarebbe stata una gran cosa creare un album pieno di canzoni con un’energia speciale, ognuna diversa e unica nella sua visione.» Non attacchiamo il discorso sull’idea dell’album nell’era dello streaming perché, come la matematica cambia a seconda della prospettiva, e tre può diventare undici, anche questo disco segna nelle intenzioni una piccola morte del concetto di album – in favore della raccolta di “singoli brani con un’energia speciale” – ed è in questo allora anche un concept album: cioè un album al massimo grado…

Per un’altra strana di quelle strane configurazioni che si possono vedere e leggere in un modo come in un altro – tra cui spicca la famosa anatra-coniglio cara a Wittgenstein, con cui gli scienziati delle immagini amano farci una testa quadra parlando di riorientamenti gestaltici e altre amenità da studiosi – Will/Car Seat Headrest ha preso spunto da un collaterale progetto elettronico suo e di Martin Katz (batterista della band) chiamato 1 Trait Danger per inventarsi un nuovo alter ego, una nuova maschera di nome Trait. Ma non è che una delle due identità o delle due “maschere” si sia sostituita all’altra, piuttosto hanno finito per influenzarsi a vicenda e per arrivare a una specie di travaso reciproco.

Il riorientamento sperimentale del progetto CSH “guidato” dall’alter ego Trait ha prodotto Making A Door Less Open, un album in cui alle chitarre dell’indie rock si sostituiscono di base sample, ritmi dance elettronici e sintetizzatori. «Un artista sveste una struttura dimenticata e crea qualcosa di nuovo e di alieno»: così il buon Toledo ha riprogrammato il proprio approccio musicale, o per meglio dire quello della sua creatura preferita. Dietro quegli occhiali si nasconde certamente un ragazzo sveglio e anche un po’ furbetto. Più della filosofia un po’ concettosa, qui conta il risultato concreto: Weightlifters, white funk electronico tra un Beck e un David Byrne, e l’r&b digitale di Can’t Cool Me Down o l’hip-hop di Hollywood non potrebbero essere più espliciti di questa svolta nel sound. Viene da pensare a Beck per il pastiche continuo a livello musicale ma anche per il timbro vocale di Toledo che, un po’ per osmosi di sonorità e un po’ per vicinanza naturale, somiglia a quello di mister Hansen. Sono tre pezzi molto “singoli” ma che danno comunque traccia di un percorso strutturato. E soprattutto legano bene insieme: ciascuno ha una sua freschezza che tutto l’elaborato processo di destrutturazione e di editing della canzone di base («una intensa battaglia per togliere i colori naturali e trasformarla in qualcosa di più compiuto») ha solo smaliziato. Per il resto il restyling non è nemmeno così radicale: tutto questo morphing sonoro non toglie per esempio le sembianze da ballata folk a There Must Be More than Blood, il gospel quasi letterale di Hymn o il guitar rock vivace di Teens of Denial fin qui scartato, e invitato ancora con un po’ di folk al banchetto di beats e fiati di Martin (What’s With You Lately è appena un frammento) o che si traveste da synth pop ma con un po’ di soul e di country in Life Worth Missing.

Sempre nel suo Artist’s statement Toledo parla addirittura di «futurismo» e, con tono vaticinante, di un nuovo genere di musica che non ha ancora un nome e che è frutto della contemporaneità di internet. Si può discutere. Fatto sta che tutta questa newness and strangeness è effettivamente qualcosa a cui è difficile dare un nome, se non appunto “canzone”. Songwriting. Un’abilità – anzi una skill, che fa mooolto più moderno – in cui il nostro yankee con gli occhiali dimostra i soliti ottimi fondamentali. La predisposizione a spiazzare in un giovane rampante è sempre gradita certo, eppure al di là dei nuovi strumenti (pardon, tools, come sopra) è la capacità di creare alla base quella che conta. E in questo internet c’entra poco, l’indubbio talento (e intelligenza, e scaltrezza, e quello che volete voi…) molto, molto di più.

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