Recensioni

La storia dietro a Twin Fantasy è lo sfilacciarsi della completezza, del concetto di opera finita. Uno studio confuso ma vivo sul dolore adolescenziale e su un rapporto terminato, espresso in maniera poco organica. Registrato da Will Toledo all’età di diciannove anni, ora rivisitato/modificato/rifatto dopo il passaggio al professionismo (leggasi: Matador), questo disco racconta un processo. Un processo che è produttivo (ora maggiormente attento ai dettagli, dove prima era tutto spontaneità e a tratti quella bella incuria che ci piace chiamare lo-fi), temporale e filosofico: Twin Fantasy si colloca, nella discografia di Car Seat Headrest, nella posizione in cui solitamente siamo abituati a vedere i cosiddetti album della maturità. Un lavoro inciso in gioventù che torna sotto le vesti di una produzione adulta, come un ragazzino che prova gli indumenti del padre: è questa schizofrenia a scavare un solco dove si colloca una parte dell’interesse, anche filologico, per questi dieci brani.
Come sarebbe stato bello, in uno sfoggio retromaniaco, vedere questa band nei primi anni Novanta. Sarebbe stata la cornice perfetta per questo suono, scazzato e rude ma romantico e sentito, devastato ma tenuto in piedi dalla melodia, respingente per distorsione ma attraente per cantabilità. Un suono che oggi vive ancora nelle cantine che non vogliono sentir parlare del tempo che passa, senza però avere più grossi numeri per difendersi (e anche allora non è che l’indie rock stile Slanted & Enchanted + falsetti beckiani avesse grossi interessi per le classifiche). Sempre stata, questa, una roba per gente al limite tra l’apatia e l’emotività, all’incrocio perfetto tra un ironico distacco e una sensibilità nascosta dietro tonnellate di freddezza, di incapacità di sorprendersi, volontaria o meno poco importa. Del tipo: dischi che riescono a muovere al pianto gente che pare aver già visto tutto.
Come si fa a farsi venire in mente il termine “freschezza” per una musica così poco innovativa? È davvero tutto merito della penna di Will Toledo, della sua voce, di quelle chitarre perfettamente infilate negli interstizi migliori, come se i puntini della Settimana Enigmistica, per dar vita a una figura perfetta, venissero uniti da corde di elettrica? È la domanda che sbuca fuori come una talpa ascoltando le canzoni, che nei momenti migliori ricordano il primo Frank Black post-Pixies che si accompagna a dei Guided By Voices più esplosivi del solito, il tutto con un minore senso della misura. Certo, la cura degli arrangiamenti è movimentata (basta come testimonianza il tour de force di Beach Life-In-Death, una mini-opera Who senza epica, rugginosa nelle sei corde e più intimista) ma senza il funambolismo di Black, che era ai tempi un songwriter unico e forse inarrivabile.
Per un lavoro così intriso di angoscia adolescenziale, frammenti di testo che spuntano da una parte e poi tornano da un’altra per dire di una relazione finita male tra il protagonista e un altro ragazzo, fa quasi dispiacere constatare come questo sia un disco per giovani dei Novanta che non ci sono più, per ragioni anagrafiche. I ragazzi oggi ascoltano altro. Ciò però rende forse ancora più libero l’approccio a e il divertimento di dieci canzoni che fanno entrare cori e chitarre da tutte le parti (Bodys), partono piano e poi si attaccano alla memoria con motivi vocali ripetuti e irresistibili (My Boy). In questo collage, si stagliano brani come Cute Thing, che unisce pezzi del migliore pop chitarristico possibile oggi e ne fa una sola canzone. O come Famous Prophets (Stars), altro lungo intrico che si attorciglia e sale su un ottovolante emotivo sospinto da una batteria che varia i toni, si smorza fino al ripetersi centrale del verso «The ocean washed over your grave», entra in una buca di sospensione e a seguire infila gentilmente piano e voce, chiudendo con rumore liberatorio e voce spianata.
In tutto questo, non si fa in tempo a dire della bravura di Toledo nell’infilare una bella melodia dietro l’altra e a valorizzarle tutte con incastri a volte folli, nel lasciar spazio di tanto in tanto a una leggera nube psych senza lasciarsi andare alla deriva, nel saper usare anche toni tenui come in Stop smoking o nell’andare sempre al cuore dell’emozione dopo contorti giri sonici (Sober To Death, Nervous Young Inhumans). Dieci tracce che potevano essere molte di più per la quantità di idee, e che si muovono sempre dentro un recinto limitato all’indie statunitense pur riuscendo a dare a quest’ultimo una nuova, sgargiante luce. Era successo con Teens Of Denial e Teens Of Style. La magia si è ripetuta.
Amazon
