Recensioni
Carlo Babando
Blackness - Storie e musiche dell'universo afroamericano
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Stefano Solventi
- 3 Marzo 2021

Vogliamo partire subito dal difetto? Massì. Manca la connessione, un amalgama forte tra le tre parti di cui questo libro è costituito. È come se avessimo a che fare con tre mini saggi raccolti in un solo volume, uniti chiaramente da un tema che il titolo coglie in pieno, ma diversi per quanto riguarda la finalità, il taglio, il tono. Tuttavia, anche se così fosse, restano tre saggi assai godibili, scritti molto bene e infarciti di ottime intuizioni.
L’autore è Carlo Babando, classe 1986. Nella vita reale è docente di italiano e storia, in quella vera è giornalista (scriveva sul Mucchio, quindi è passato alla collaborazione con Blow Up dove si occupa di black music col passo trasversale e stratificato tipico del magazine diretto da Stefano Isidoro Bianchi) e scrittore (prima del presente volume ha pubblicato la biografia Marvin Gaye. Il sogno spezzato). Uscire oggi, negli anni Venti del terzo millennio, con un libro intitolato Blackness può sembrare una mossa tutto sommato comoda, con l’onda del Black Lives Matter che ahinoi è diventata una marea (malgrado il ciclone Covid-19 abbia finito per sommergere tutto). E invece no. Babando affronta il tema con l’approccio dello storico abituato a bazzicare le fondamenta e poco propenso a farsi abbagliare dall’impianto luci dell’attualità più stringente (e sensazionalista), col cuore dalla parte di tutti i George Floyd del mondo ma la testa intenzionata a collocare i concetti nelle caselle giuste. A partire dall’idea della componente afro che marca la cultura afroamericana, responsabile di alcune delle più poderose ed eccitanti forme espressive elaborate nel ventesimo secolo. Ecco quindi che la prima parte (La storia – 80 pagine) è un excursus che ha il coraggio di scuotere l’albero del mito costruito attorno alla tratta degli schiavi avviata nel sedicesimo secolo, ovvero alla mancanza di profondità storica – occidentale – nei confronti del continente africano medievale.
Una premessa catastrofica proprio perché ha schiacciato secoli di complessità, sfaccettature e sfumature sotto i cingoli della terribile colpa dell’uomo bianco europeo, privando l’afroamericano di un’eredità culturale ben più ricca (e controversa) di quella costruita sul riflesso della prevaricazione schiavista. A partire dalle molte etnie che caratterizzavano i deportati sulle navi negriere, un patrimonio di storie, di usanze, di leggende fatte evaporare come l’umanità stessa di milioni di individui (le stime oscillano tra i 9 e i 12) utilizzati come macchine di produzione e riproduzione. L’excursus fa perno su una frase: «se lo schiavo nel pensiero dell’Europa medievale è sempre non umano, allora l’Africa ha rischiato di perdere la propria umanità mentre assumeva i contorni dell’Afroamerica». Da qui gemmano angolazioni assai interessanti su come venga percepita e vissuta oggi la questione razziale (principalmente negli USA), con particolare riferimento alle proposte di artisti hip-hop e neo-soul nonché all’immaginario cinematografico (col fenomeno del blackwashing in primo piano). Ovviamente c’è molto di più di quanto non si possa dire in una recensione, ma è un molto che sa rotolarti dentro senza pesantezza grazie all’argomentazione fluida e – vivaddio – ben poco accademica di Babando.
La seconda parte (La musica – 171 pagine) sceglie di raccontare il che e il come della musica nera dal secondo dopoguerra fino all’affermarsi del soul tra Sessanta e Settanta, per poi riallacciarsi al racconto dal fenomeno del rètro-soul spuntato apparentemente dal nulla negli ultimi vent’anni. Come accennato, sfuggono le connessioni con la prima parte, pesa innanzitutto l’elusione di blues e jazz, ma è chiaro che questo libro non voleva essere una storia della musica nera, casomai si proponeva di mettere a punto uno sguardo particolare e per molti versi inedito su un tema peraltro già abbondantemente analizzato. Anche qui, la penna di Babando mette a segno pagine gustose e illuminanti sul doo-wop, sulla mutazione e persistenza del gospel, sul coagulare del RnB che indicò la direzione al rock’n’roll, recuperando fantasmi sacri e profani mentre assumeva sembianze soul (via Stax, Motown, Atlantic…). È un racconto ovviamente vertiginoso che si ferma ahimé un attimo prima di entrare nella trincea adrenalinica e ormonale del funk-soul, salvo poi appunto riallacciare le fila col rétro-soul fermentato nel crogiolo degli angusti (ma grondanti passione) uffici delle varie Daptone, Timmion, Record Kicks e Blind Faith. Una generosa quantità di schede dedicate ad album e raccolte funge da stradario di un percorso che titolo dopo titolo promette di far scoprire e riscoprire gemme sonore poco intenzionate a rassegnarsi all’oblio.
L’ultima parte (Le parole, 21 pagine) è un po’ la camera di decompressione in cui si tirano le fila (o si tenta di farlo) grazie a due interviste: una a Marco Manetti dei Manetti Bros, ovviamente sbilanciata sulle faccende cinematografiche e comunque visuali, l’altra a u.net (al secolo il giornalista e saggista Giuseppe Pipitone) che si concentra sulle niente affatto semplici correlazioni tra media, spettacolo e situazione politica al tempo del Black Lives Matter. Diciamo che come suggello è accettabile ma non va molto oltre la dimensione giornalistica, forse un respiro più ampio – più voci, più contesto – avrebbe giovato. Ma ci può stare, anche per chiudere il cerchio con l’altra voce “anomala” chiamata in causa nella prefazione (Enrico Brizzi).
Blackness è quindi un dispenser di suggestioni, indizi e chiavi di lettura tutt’altro che organico ma senz’altro in grado di spostare il baricentro di fossili concettuali a cui come minimo servirebbe una spolverata, ma assai meglio se – come nel caso specifico – arriva qualche sacrosanto scossone.
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