• mag
    05
    2017

Album

Trovarobato, Malintenti Dischi, Noja Recordings, Wild Love, Stereodischi

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La cosa più intrigante di questo strano mestiere è capitolare di fronte agli imprevisti. Esce un disco come 9 di Carlo Barbagallo – musicista e produttore che trasmette da metà anni zero sulle onde corte dell’indie di casa nostra – e ti accorgi improvvisamente che non sai come maneggiarlo. A poco servono quei tag comodi comodi da last.fm: il paesaggio questa volta è troppo ampio e dettagliato per ridurlo a uno scarabocchio a carboncino. E allora il massimo che si può fare per cercare di interpretarlo è una analogia in forma di ipotetico ipertesto, che per uno strano gioco di link porta direttamente all’Hippie Dixit di Amerigo Verardi uscito a fine 2016. Disco “totale” quello, ovvero pienamente calato nella testa del suo autore in mille rivoli stilistici volutamente poco inclini alle semplificazioni di genere, esattamente come è questo, inafferrabile, di Barbagallo, appurati comunque gli ambiti musicali differenti.

Il citazionismo che fa bella mostra nel “nove” della copertina e nelle pagine interne dell’album pare un casto ammiccamento all’Hendrix di Electric Ladyland (la cover censurata, non quella ufficiale, o magari agli Afghan Whigs di Congregation), e un certo mood hendrixiano c’è davvero in alcune soluzioni armoniche sviluppate in 9. Cerchi nell’acqua ampi ereditati anche dagli anni Sessanta/Settanta americani (Laurel Canyon o giù di lì) e risultato di un virtuoso cortocircuito tra folk, blues, soul bianco e psichedelia (ad esempio nell’introduttiva Any Girl’s Eyes). Non è tutto però, se è vero che in una Save Hide Save jazzata da un riff di sax e intinta in una melodia à la Van Morrison si coglie un approccio quasi mingusiano alle geometrie, che trasforma il brano prima in un funk vagamente Sly & The Family Stone e poi in un ribollire liquido e a suo modo acido. Funk che ritorna bello denso anche in una Rust che sembra cantata da un Greg Dulli di passaggio e mostra nel frattempo un gusto sorprendente per la complessità dei fraseggi. In Cypress Tree c’è poi una strana mistura tra jazz e psichedelia, quasi un Archie Shepp disciolto in quadro di Dalì, che fa il paio con lo sbrilluccicare post-rock di una ballad folk-blues come 9 Years, o magari con la casualità grunge dell’arpeggio di Her King.

Termini e definizioni che si accatastano disordinati nella nostra testa, come vecchie coperte buttate in soffitta. Eppure è proprio questa la grandezza di 9: sballottarti senza cintura di sicurezza tra gradienti musicali e strumenti (tra cui chitarra, organo, violino, contrabbasso, percussioni, batteria, rhodes e ottoni) diversissimi tra loro, ma in qualche maniera perfettamente compatibili. Barbagallo è sempre stato uno molto fluido e fantasioso nell’invenzione musicale, ma 9 è probabilmente il miglior lavoro della sua discografia.

29 maggio 2017
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