Recensioni

8.0

È esattamente questo l’impulso che ha dato vita al rock’n’roll: il desiderio di resistere, di rifiutare, di andare oltre. Gli eccentrici e i buoni a nulla che suonano quella musica sono programmati per essere dei fuorilegge

È uno dei libri migliori sul rock che abbia letto in tempi recenti, anche se non parla strettamente di rock. Ovvero, parla di rock come terreno di coltura e orizzonte degli eventi, ma questo saggio è sostanzialmente una biografia di William Burroughs, anzi un tentativo (riuscito) di scrivere una biografia di Burroughs attraverso le sue interazioni (connessioni, relazioni) col rock. Che sono innumerevoli e spesso cruciali, sia dal punto di vista tematico che metodologico. Non si tratta certo di una rivelazione: anche limitandosi al catalogo della Jimenez, già nell’ottimo Rock Lit di Liborio Conca la figura del cosiddetto Hombre Invisible era una presenza ricursiva. Ma il critico e professore universitario Casey Rae lo mette al centro di un processo che da letterario si fa culturale e specificamente musicale, producendo una mole di argomentazioni e testimonianze che lasciano pochi dubbi circa la solidità della tesi.

Temi e metodi, dicevamo: se tra i primi va indicato quello del Controllo, ovvero del linguaggio come codice espressivo che ti incatena a una forma mentis programmata (“l’algebra del bisogno”) e che quindi è necessario spezzare, tra i secondi c’è ovviamente il cut up che appunto disarticola i percorsi logici consueti producendo fratture da cui “cola il futuro”. Smarcarsi dalla pianificazione culturale e sociale diventa quindi un gesto che (ri)scrive la realtà, e non è certo un caso che la scoperta del cut up sia avvenuta del tutto a caso: fu Brion Gysin, pittore e grande amico di Burroughs, a tagliare inavvertitamente un giornale e ad accorgersi che le frasi ricombinate assumevano un significato e una risonanza ulteriori. Il caso fornirà molti anni più tardi all’autore de La scimmia sulla schiena e Il pasto nudo (solo per citare due titoli) un’altra prova della sua potenza esoterica, quando durante le consuete esercitazioni con le armi da fuoco (di cui Burroughs era un autentico cultore) colpirà una latta di vernice producendo su una tavola di compensato il primo esemplare di shot painting (nel volgere di pochi anni tali opere avrebbero raggiunto quotazioni stellari).

Omosessuale (ma – parole sue – “non gay”) e tossicodipendente, William divenne con Kerouac e Ginsberg uno dei rappresentanti più noti della beat generation, anche se la sua indole si dimostrò fin da subito tanto oscura e sfuggente da penalizzarne la fama. L’omicidio (accidentale?) della moglie, la poetessa Joan Vollmer, rappresenterà un trauma sepolto sotto strati di ritrosia e solipsismo che lo portarono a organizzare la vita come una fuga continua, da Tangeri al “bunker” di New York fino a Lawrence, Texas. Nei suoi racconti, visioni folli, provocatorie, comiche e disgustose davano vita a una dimensione alternativa come riflesso e rivelazione della realtà a partire da una sua radicale dissacrazione, una distopia tossica che non mancò di affascinare più generazioni di rocker. Facciamo qualche nome? Paul McCartney, Bob Dylan, David Bowie, Mick Jagger, Jimmy Page, Lou Reed, Richard Hell, Patti Smith, Frank Zappa, Joe Strummer, Genesis P. Orridge, Thurston Moore, Al Jourgensen dei Ministry, Tom Waits, U2 e R.E.M., nonché, ovviamente, Kurt Cobain. Per tutti costoro e per i generi relativi (dal pop sperimentale al punk fino all’industrial), temi e metodi burroughsiani hanno rappresentato un riferimento costante, una sponda culturale e un modello esistenziale (non certo privo di pericoli).

Rae analizza queste correlazioni attraverso un percorso rapsodico fatto di incontri e influenze, ricorrendo a un’aneddotica gustosa e spesso sconcertante, che se tiene al centro la vita schiva e aspra del “padrino del punk” (un epiteto che Burroughs non apprezzava particolarmente) riesce tuttavia a illuminare circostanze, nervature e risvolti cruciali per gli sviluppi del rock. In un certo senso, Burroughs era rock prima che il rock esistesse, e lo è stato malgrado non dimostrasse particolari affinità con un linguaggio a cui partecipava quasi da intruso, rendendosi comunque artefice di intuizioni (spoken word, editing, found sounds…) che avrebbero indicato la direzione a musicisti di più generazioni.

Sono poco più di trecento pagine dense ma narrativamente agili e innervate di umorismo caustico. Chiunque ami o abbia amato il rock dovrebbe fare suo questo libro, leggerlo e magari uscirne con le idee un po’ più chiare riguardo ai motivi di questo amore. E alla grandezza di Burroughs, casomai su questo aspetto avesse nutrito dei dubbi.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette