Recensioni

Tornano i Casino Royale con il disco della post-maturità, che fa ‘quello che sanno fare meglio’, ovvero il black-pop degli anni Novanta influenzato dai suoni bristoliani e londinesi tagliato con le melodie vocali che da sempre contraddistinguono la loro proposta (saltate subito all’intensa Vivi per capire di cosa stiamo parlando).
Dopo lo ska, il d’n’bass e le produzioni di Howie B, la ricetta del combo milanese si assesta oggi sulle coordinate di Dainamaita e del bestseller Sempre più vicini, viaggiando quindi su ricordi dub-black (Solitudine di massa), Clashitudini uptempo (Io e la mia ombra), ragga (Ogni uomo una radio), synth pop pseudo-Depeche Mode (Senza il tempo) e ballad urbansoul (Cade al posto giusto).
Un disco che dice poche cose ma in modo molto chiaro: gli anni passano, ma la voglia di suonare c’è ancora; la tentazione di nostalgie retrospettive è d’obbligo per molti gruppi e artisti italiani indie-pop (vedi – mutatis mutandis – i Subsonica, i Verdena o lo stesso Jovanotti); chi li ha amati non li abbandonerà, a prescindere dagli scivoloni costruiti a puntino per il passaggio radiofonico.
Vent’anni di amore-odio per Milano (Città di niente) sono stati necessari a maturare una coscienza che dopo le proteste e le cicatrici del tempo, oggi si accosta al soul, ai sentimenti da raccontare, siano essi privati o pubblici, sempre intrisi di una critica al sistema e un'incazzatura di fondo che non guastano. L’esordio nei centri sociali, il riconoscimento, la voglia di sfondare con dischi internazionali e infine il ricongiungimento con le radici e una maturità che sa come e cosa esprimere. “Continua a seminare / Casino Royale”… non si sa mai che qualcuno finalmente raccolga gli input. Adult oriented italian pop is the new loud. Stilosi, come sempre.
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