• Mag
    24
    2019

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Kemado

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Un disco può essere anche – e a volte lo è davvero – un’autobiografia. Prendete Cate Le Bon: qualche tempo fa, stanca della routine album-tour-album-tour, lascia Los Angeles e approda nell’Inghilterra nord-occidentale, in quella regione che gli inglesi chiamano Cumbria. Lì, affitta un cottage in cui non c’è nemmeno la connessione a internet, e in totale solitudine comincia a frequentare un corso per imparare a costruire mobili in legno. A solleticare i suoi pruriti musicali un pianoforte che lei suona nei ritagli di tempo lasciati liberi dall’attività di falegnameria, e con cui dà forma allo scheletro di Reward.

Nasce così l’album più intimo e probabilmente astratto di Cate Le Bon. Il suo quinto lavoro è una strana creatura che prende forma solo dopo un paio di ascolti (forse tre…), meno fisico, ritmico e nervoso rispetto a episodi come Mug Museum o Crab Day, eppure ancora profondamene ancorato a quelle particolari angolazioni nella scrittura a cui ci ha abituati l’artista del Galles. Mettiamola così: se fosse un complemento d’arredo – tanto per rimanere in tema – la musica potrebbe assomigliare a un tavolo a tre gambe capace comunque di stare in equilibrio perfetto o magari a una sedia con la seduta pentagonale. Perché nonostante il mood più rilassato, Reward non rinnega i tempi dispari, le irregolarità armoniche, quella capacità di far finire la melodia in certi anfratti spigolosi e nascosti – ma, col senno di poi, sensati – aggiungendo persino un tocco surrealista: date un ascolto agli Young Marble Giants che fanno capolino in Mother’s Mother’s Magazines e capirete di cosa parliamo. Nell’iniziale Miami, invece, vengono addirittura in mente certe cadenze à la Laurie Anderson, per quel senso di sospensione quasi onirica che va di pari passo con un cantato spezzettato e col suono del sax. Sax che rispunta in un’ottima Sad Nudes in scia Yoko Ono primi anni ottanta, quella di dischi “lennoniani” come Double Fantasy.

Lo avrete capito: in Reward il suffisso “art” non è solo l’opinione discutibile di uno scribacchino di provincia come il sottoscritto, ma un dato di fatto. Mentre assisti al dispiegarsi di queste dieci tracce, ti viene da pensare al gusto per l’imprevisto del Jim O’Rourke più songrwriter o magari a dei Talking Heads riprogettati su melodie folk: segno che la variabile creatività è ancora la prima voce della lista della spesa di Cate Le Bon. Manca forse un pizzico di emotività in più a un lavoro che cresce sulla distanza senza travolgere, affascina per le geometrie che riesce a mettere in mostra senza rinunciare a giocare con i suoni, e vede tra i crediti anche Stella Mozgawa (Warpaint) Stephen Black (aka Sweet Baboo), Huw Evans (aka H.Hawkline) e Josh Klinghoffer.

24 Maggio 2019
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