Recensioni

Lì a Baltimora l’aria dev’essere strana: sicuramente saprà di anni ’80 e schizofrenia, dato che, tra l’altro, è la dodicesima città più pericolosa degli Stati Uniti. In questi anni abbiamo imparato a farci ipnotizzare dal ballo e dal growl di Samuel T. Herring dei Future Islands, ma lì nel Maryland a fare musica emotiva e ballabile non è soltanto il trio di The Far Field.
I Celebration tornano per il loro quinto album, Wounded Healer è un surrogato di synth-pop che sterza prepotentemente verso territori dream pur rimanendo aperto a varie contaminazioni. Per esempio, Rolling On parte come un brano dei Dresden Dolls per poi inquadrarsi in un rock ‘n’ roll psichedelico con tanto di organo vintage. Velvet Gloves è più lineare nella sua riproposizione delle atmosfere dei Dead Can Dance velocizzate e condensate in cinque minuti dove violini e synth si intersecano a ripetizione. Ai Celebration piace far ballare, l’atmosfera di Baltimora di cui si faceva cenno qualche rigo più sù fa il resto: Sacred Clown viaggia a metà tra Thriller e pennellate orientaleggianti, Steve rappresenta al meglio la poliedricità di Wounded Healer cambiando repentinamente atmosfere e generi.
Quello che rende ostici i Celebration (rispetto ai conterranei Future Islands ma anche, e soprattutto, rispetto ad altri gruppi che tentano di trovare un equilibrio tra psichedelia e pop, abbiamo trattato in queste pagine di Parlor Walls, Pumarosa e via discorrendo) è quella sensazione di “forzatura” che rende alcuni passaggi plastici e poco realisti. Per questo motivo Wounded Healer è un disco difficile da digerire sin dalle prime note, a fatica si arriva alla fine.
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