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Al centro dell’indagine condotta da Céline Sciamma, francese classe 1978, c’è sempre stata una sottile e mai spudorata ricerca dell’identità sessuale femminile. Era così nell’esordio Naissance des pieuvres, dove affrontava di petto la scoperta delle prime pulsioni sessuali della giovanissima protagonista verso un’altra ragazza, e anche cinque anni più tardi nell’acclamato Tomboy, in cui il soggetto andava ad abbracciare la sfera del pre-adolescenziale abbinandogli tutto un comparto di ricerca della sessualità e della definizione stessa di gender fino ad allora poco praticata sul grande schermo, confermando come lo sguardo della regista potesse andare oltre i soliti stereotipi di genere (in questi ultimi anni a Hollywood si parla spesso a sproposito di film tipicamente “al femminile” o “al maschile” come se nel 2020 significasse ancora qualcosa). Proprio alle imposizioni sociali sembra aver dedicato le sue ultime forze, partendo dal recente Diamante nero, dove la giovane Marianne (ribattezzatasi Vic) doveva affrontare la scure di una società prettamente maschilista (e sessista in generale) fino ad arrivare all’ultimo Ritratto della giovane in fiamme (giustamente premiato al Festival di Cannes).

Per la prima volta in carriera, Sciamma sposta il suo quadro di riferimento dal passato al presente, ma si tratta solo di un falso depistaggio. La storia di Marianne e Héloïse supera i confini temporali entro cui è confinata dallo schermo della sala per arrivare fino ai giorni nostri, per intercettare una lenta progressione verso l’abbattimento di ogni tipo di pregiudizio, di barriera sociale in grado di fortificarsi grazie a un sessismo diffuso ma palesemente dai giorni contati (il successo planetario dei vari Gay Pride e il crescente numero di stati che ha sancito la legalità dei matrimoni tra gender non binari). E ciò che più riesce a sorprendere in quello che si rivela un vero e proprio teorema del sentimento, pregno di un intellettualismo mai fine a se stesso e sempre rivelatore (di rimandi, di suggestioni), non è tanto l’ambientazione classica della vicenda (siamo alle porte della Rivoluzione francese), ma lo stretto corridoio che trasporta quegli eventi nel tempo presente, fin dalle prima sequenza: la protagonista che si getta in mare aperto per recuperare una tela, motore e vero MacGuffin della narrazione. Una donna che sacrificherebbe tutta se stessa per la possibilità di dire la propria attraverso l’arte in un ragionamento critico che più tardi verrà esplicitato dall’invettiva contro il controllo delle arti ad appannaggio del genere maschile (i ritratti delle figure maschili da parte di pittrici donne saranno vietati ancora per molti decenni a seguire).

Nella prima parte, quindi, vengono a galla una lunga serie di “ritratti” minori e circostanziali, resi potenti dal procedere misurato e in punta di piedi del ritmo, esasperatamente rallentato (con un occhio a Rohmer), per restituire solo un barlume dell’idea di costrizione di un mondo ancora chiuso in se stesso. Un lento disvelamento che farà il paio con il divampare del sentimento tra le due donne protagoniste, dapprima paurose nel cedere ai propri istinti proprio per la presenza simbolica e metaforica di una madre superiore (la contessa interpretata da Valeria Golino), ma libere una volta scomparso il giogo moralista e soffocante di una guardia. Non è un caso che i quadretti che si succedono subito dopo la partenza della contessa richiamino in qualche modo un’ideale di condivisione e amore molto vicino a quello contemporaneo, tra romantici e toccanti siparietti sotto e sopra le lenzuola e suggestive intese genitoriali (nei confronti della servetta di casa), pratiche di aborto sibilline (con due bambini ad assistere quasi inconsapevoli, grido inconfondibile di libertà e abbattimento di ogni tipo di tabù).

«Che il vostro dipinto non mi somigli, posso capirlo, ma che non somigli neanche a voi è davvero triste» dirà Héloïse a Marianne per indagare meglio le pulsioni che spingono la pittrice a continuare questa farsa, quell’ostentazione di concetti comportamentali altrui, mentre l’eloquente sofferenza emotiva della prima è ripetutamente esibita in qualità di sintomo di un mal de vivre senza possibilità di salvezza. Allora non rimane che liberarsi dalle catene della società, fosse anche per un solo momento sfuggente, perché il ricordo di esso rimarrà inalterato nei meandri della memoria, quest’ultima anche in grado di sublimarlo alla maniera di quanto narrato nel mito di Orfeo ed Euridice, più volte citato dalla Sciamma e al quale aggiungere più di qualche considerazione personale sul ruolo della donna in amore. Ritratto della giovane in fiamme svela proprio questo: la potenza di un ricordo, anche se pregno di tristezza e rimpianto, non potrà mai sostituirsi davvero all’esperienza diretta, poiché non fugace e passeggera ma imperitura ai segni del tempo e delle epoche.

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