Recensioni

Cevdet Erek è un musicista, architetto e artista multimediale turco: magari qualcuno lo ricorda per la militanza nella band di Istanbul Nekropsi, autore tra la metà dei Novanta e l’inizio degli anni Dieci di una pregevole e personalissima miscela di progressive-rock, crossover, dub ed influenze folk locali, ma proprio questo 2017 lo vede protagonista alla Biennale di Venezia con l’allestimento del padiglione della Turchia, degno coronamento di una vicenda artistica orientata ai temi dello spazio e della sua mutevole relazione con i suoni. Due concetti che sono centrali anche in questo Davur, esordio discografico solista totalmente dedicato al tradizionale tamburo arabo che porta lo stesso nome: anticipato dalla breve colonna sonora del film Frenzy, che si muoveva sulle stesse coordinate soniche, il disco esce per la Subtext, l’etichetta specializzata nell’elettronica più oscura, sperimentale e riflessiva fondata dall’ex Vex’d Roly Porter.
Nei sette brani dell’opera l’atmosfera è sempre spoglia e catartica, mentre gli unici suoni arrivano dalle mani di Erek, che incontrano le pelli del davur appunto: è tutto un gioco di percussioni, di sfregamenti e di silenzi, un dub mentale spogliato di ogni riferimento psicotropo e giamaicano, una lotta incessante tra piano e forte, tra stordimento e respiro. Intenso, a tratti addirittura insostenibilmente intenso, Davur è un disco che sfugge alla categorizzazione, in cui la matrice world si esaurisce nella strumentazione e lascia spazio a un’interpretazione del suono che è industriale e angosciante, vicina agli esperimenti sui timbri dei due Emptyset (pure loro passati infatti su Subtext) o al nuovo gotico, tra memorie da club-music e scansioni da rock matematico, di casa Blackest Ever Black o, ancora, all’indimenticabile esperienza sonica di Pauline Oliveros (un’altra musicista e teorica che ha spesso concentrato la propria attenzione su suono e spazio).
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