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7.2

È passato circa un anno da quella sospensione per droga. E dieci giorni lontano dalle aule sono bastati a Chancelor Bennettper raccogliere le idee ed ispirare il primo mixtape 10 Days, diventando Chance, “il rapper” – “Call me Chancellor the Rapper, please say the Rapper”. Il secondo mixtape rilasciato da indipendente – ma destinato ad avere un riscontro mediatico ben più rilevante e non solo per le svariate comparse (dall’amico Childish Gambino ad Action Bronson) – è un Acid Rap che, nonostante il nome, ha poco da condividere con l’horrorcore “rockettaro” di Esham. “Acid” infatti, secondo le recenti dichiarazioni di Chance, trova riferimento nell’uso di LSD durante le registrazioni, una pratica che ha influenzato il risultato per un trenta/quaranta per cento (parole sue) senza intaccarne il metodo.

Il ragazzo, appena ventenne, dimostra personalità nonché un’innata sensibilità romantica e un flow di livello dalle molte sfaccettature black – dal gospel di Good Ass Intro e Interludeal reggae di Favourite Song, dal pop al r’n’b fino al blues -, tratti che lo ricollegano al piglio di un Kanye West, in particolare quello di The College Dropout. Il paragone con good kid, m.A.A.d city, tanto banale quanto scontato, viene però oltremodo naturale per i contenuti e per via della cadenza “nasale” del rapper. Senza tirare in ballo un post-Lamar, parliamo semplicemente di un altro tributo ai tecnicismi di Andre 3000. Più stimolante, del resto, un’analisi sulla genesi del disco: un’adolescenza spesa in una grande città americana. Lontana dall’iper-realismo di Compton, Chicago lascia addosso rabbia e voglia di rivincita (“I am a new man, I am sanctified / Oh I am holy, I have been baptized / I have been born again, I am the white light”) ma, in qualche modo, permette a un rapper adolescente di autoprodursi. Acid Rap è ambientato in un mondo più astratto e borghese, con i trip mentali e le meditazioni di Chance in primo piano, non lontano comunque da un Lamar più “fighetto” e sotto additivo.

Merito dell’acido o meno, Bennett ne esce credibile, sincero e arrogante, malinconico e introspettivo, infestato dalla presenza di Rodney Kyles Jr., amico del rapper morto prematuramente (“My big homie died young, just turned older than him / I seen it happen, I seen it happen, I see it always / he still be screaming, I seen his demon in empty hallways”). Il pathos di beat e significati, infine, è raggiunto nella viva confessione di Acid Rain dove, proprio come accadeva in alcuni pezzi dello stesso Lamar o nella notevole seconda parte di Pusha Man, riappare il fantasma del primissimo Eminem.

Buon esordio per un altro rappresentante della nuova generazione di rapper che in un modo o nell’altro è cresciuta – e sta crescendo – con il mito o la presenza ingombrante della Odd Future – “brain broken/Frank Ocean listening/…/motha, shut your mouth”.

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