• gen
    01
    1963

Giant Steps

Impulse!

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«Credo che per spiegare la musica che c’è qui dentro non ci sia altro da dire se non: gettate via tutti gli altri miei dischi». Così, inequivocabile, brutale, esagerato, Mingus sul suo Black Saint. Potremmo anche chiudere qui. Con la consapevolezza di avere davanti la summa di tutta un’esperienza umana e musicale, la summa di un’esperienza eccezionale.

Potremmo chiudere qui perché Black Saint è nell’Olimpo del jazz e della musica tutta, e per capire come mai basta ascoltarlo. Perché è un disco tanto bello e importante da sconfinare nella mitologia. Le note di copertina scritte dallo psichiatra di Mingus, il dr. Edmund Pollock. Le ossessive, maniacali session di sovrincisione. La nascita di quella che il suo stesso autore ha definito «ethnic-folk-dance music». L’immagine potente del Santo Negro e della sua Peccatrice.

In quel manifesto filosofico che è Psychotic Reactions, Lester Bangs descrive Black Saint come una delle massime esperienze sonore, uno di quei dischi che ti cambia la vita, una di quelle esperienze che da’ un senso alla vita, la rende degna di essere vissuta. Ecco, potremmo anche chiudere qui. Ma cerchiamo comunque di dirle due paroline. Suggestionato dalle suite di Duke Ellington, e da sempre ossessionato dall’idea di fare della propria musica una ritrattistica antropologica di portata universale, anche Mingus decide di dipingere la propria epopea negra. Lui che al contrario del “Duca” la tragedia di essere un diverso, un (auto)emarginato l’ha vissuta tutta sulla propria carne. Lui che si sente «peggio di un bastardo». Prende così di peso la sua visione e la sublima sbattendola su spartito, per poi farla suono, intrecciando orgoglio negro e storia d’amore, in un concept in forma di balletto, sei movimenti, affidato ad un’orchestra jazz di undici elementi.

Il risultato è un’opera gigantesca, il capolavoro di Mingus, uno dei punti più alti del jazz. Un disco di una intensità, di una ricchezza, banalmente, di una bellezza travolgenti, ogni volta sorprendenti. Traboccante di una emotività esagerata, teatrale, quasi espressionista. E’ un jazz “post-bop”, intriso di blues, a tratti caricaturale, che ha metabolizzato certi modi latini, soprattutto flamenco, e certe veemenze free. Il capolavoro di Mingus, per intensità e compattezza. Che pure sorprende per la varietà di strutture compositive, per i crescendo e le accelerazioni parossistiche (metafore perfette della lotta), per i bruschi stop, per gli intrecci e i cluster turgidi di fiati, mozzafiato. L’atmosfera: ci si immagina i luoghi di questa storia d’amore estenuata e maledetta, bastarda, fatta di peccato, impossibilità, ansia di redenzione. Un club fumoso e i bassifondi più alcolizzati e drogati, ma pittati qui con eleganza e misura, tanto che i momenti caotici non si fanno mai confusione, le sfuriate strumentali non si fanno mai sbracatura.

Citare i singoli movimenti non ha alcun senso. Solo una piccola noticina. Quando si sente Duet Solo Dancer, con quella tromba parlata e maltrattata, probabilmente ubriaca, e quel motivo lì, non si può non pensare al Bernard Herrmann di Taxi Driver. C’è la stessa indolenza di fondo, quella stessa lotta stanca, quella stessa sofferenza soffocata.

1 aprile 2009
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