• Apr
    21
    2017

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Barsuk

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La pillola quotidiana di retromania di oggi ha il sapore di gomma da masticare (bubblegum) e si lega ad un colorato (e vagamente girlish) immaginario di metà anni ’90, al tempo conseguenza diretta/indiretta della morte del grunge e dell’esplosione del pop-punk. Stiamo parlando della stagione delle Breeders, dei Veruca Salt, dei Letters to Cleo e di tutta una serie di female-fronted band dedite ad un caramellato mix di chitarre e melodie troppo poco musone per i fan del grunge, troppo poco testosteronico per il rocker medio e al contempo troppo rumoroso per il casual listener alle prese con i successi di Céline Dion. Ciò nonostante, specialmente tra i più giovani, il pubblico non mancava, così come non mancava un forte legame con una diffusa produzione cinematografica-televisiva che proponeva i classici e stereotipati tv-movie ambientati nelle high school americane (la mente vola ai misconosciuti Moonpools & Caterpillars presenti in Wish Upon a Star/Aiuto Sono Mia Sorella, ma è solo uno dei tantissimi esempi).

Se avete nostalgia di quel periodo il nome da segnare è sicuramente quello dei Charly Bliss, band originaria del Connecticut (ma stanziata a New York) che si è fatta conoscere circa un anno fa con il singolo/video Ruby, ovvero la canzone che i Weezer non sembrano più essere in grado di scrivere da qualche tempo, trasfigurata dalla voce della leader Eva Hendricks, una delle più zuccherose (e per certi versi infantili) in circolazione. Non fraintendeteci, l’apporto vocale della Hendricks è, a conti fatti, merce rara e distintiva, e si amalgama egregiamente ad un brioso comparto musicale di scuola power-pop. Voce, chitarra, basso e batteria. Nient’altro, come ai vecchi tempi. Potremmo stare ore a discutere sull’effimera vacuità di una proposta di questo tipo in un momento storico come quello attuale, fatto sta che rispetto ad altri colleghi impegnati in revival similari, i Charly Bliss possiedono certamente una marcia in più a livello melodico (non a caso Eva Hendricks ha lavorato per un’azienda che creava jingle pubblicitari) e sono probabilmente quelli che abbracciano il pop nel modo più sfacciato e menefreghista rispetto a eventuali snobismi. In questo senso, è stato certamente propedeutico il fatto di essere stati adolescenti durante quello che è stato il periodo più buio del punk o pseudo tale (erano seguaci dei vari Fall Out Boy, Panic! At The Disco & co).

L’album d’esordio Guppy (registrato nella forma embrionale due anni fa con il produttore Justin Pizzoferrato, già al lavoro con gli Speedy Ortiz tra gli altri) condensa perfettamente questo spirito in dieci veloci tracce da tre minuti l’una. Come dicevano i Sum 41 (altro punto di riferimento della Eva Hendricks adolescente), siamo di fronte ad un all killer no filler, immediato dalla prima all’ultima nota nonostante alcuni episodi leggermente meno ispirati nella seconda parte. Se dovessimo parlare di singoli momenti, potremmo citare l’attacco della strofa di Percolator, Ruby, il chorus di Glitter, il ritornello di Westermarck con tanto di controcoro e il mood grungey della conclusiva Julia. I Charly Bliss funzionano anche quando cambiano lievemente il registro (Scare U contiene scelte stilistiche che sembrano prese in prestito dagli Strokes) e solo raramente l’effetto lollipop-punk rischia di irritare (DQ, che poi sta per Dairy Queen, catena di fast food americana).

In definitiva Guppy (che poi è il nome di un piccolo pesce d’acqua dolce) non lascia spazio a velleità diverse dal più semplice e contagioso intrattenimento melodico dal gusto anni Novanta, ma siamo certi che possa riscuotere consensi anche tra chi quegli anni non li ha mai vissuti.

8 Maggio 2017
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