• giu
    01
    2010

Album

EMI

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Dopo l’autocelebrazione Push The Button (che nel suo arco contava Galvanize), e l’inutile We Are The Night (senza più alcuna freccia buona da tirare), dai chimici ci si aspettava l’ennesimo mix al sapor di Novanta ad uso e consumo dei kid che vivono sulla mitologia e sui racconti dei loro cugini più vecchi. Mai ci si sarebbe aspettati un album essenziale, senza la girandola d’ospiti, dai riferimenti colti più che mai sostanziati, finalità revisioniste e chiavi d’umiltà ad aprire le toppe del rinnovamento.

Impersonare l’ultimate thing è sempre stato il loro boomerang più pericoloso. C’è sempre un punto in cui ogni generazione casca nel tranello di non accettarne un’altra, scegliendo di rappresentarsi al massimo e diventando così simulacro e, naturalmente, zimbello. Avrebbero potuto presentarsi come gli Orbital al Primavera Sound, i nostri chimici, scovati a compiacere le folle barcellonesi a suon di campioni anni Ottanta totalmente incoerenti con il loro background e invece eccoteli cogliere l’ennesimo ritorno kraut (tanto cosmico quanto all’Ananas Symphonie) e reintrodurtelo nella scocca più performante: la progressione techno che si fa strategia prog e quel prog lo affronta più che mai seriamente. Escape Velocity è il singolo che non ti nasconde nemmeno l’amore per il Terry Riley più stereotipato e brandizzante: dieci minuti di minimalismo, techno, kraut, cosmica, electro, rock, dunque sinfonia dai circuiti passionali, rush perfettamente schizzato sulla tela.

E il resto dell’album, ricco di visioni, spinte e altri folgoranti motorik, brilla come non te l’aspetti. In Horse Power, i Chimici giocano a fare i Daft Punk, calano la carta del sarcasmo riuscendo quasi a ripetere Hey Boy Hey Girl con una ringhiosa techno da dancefloor per faceless bollocks. Campionano il nitrito di un cavallo ricordandoci di una generazione che si fece di un pesante anestetico per cavalli nel tentativo di liberare il corpo dalle ossa. Un veleno potentissimo al quale non manca l’antidoto: in Swoon, dalla ketamina si passa all’altro amore del duo, l’indietronica agrodolce d'inizio Duemila; ancora dinamiche essenziali: produzione old style, drums e synth analogici, una perfetta base per accogliere le scariche d’LSD elettroniche che sono non di meno shoegaze. Swoon deve molto ai My Bloody Valentine, ma nel paradiso dei Chimici non sanguinano le orecchie, si sogna ad occhi aperti come nei film di Gondry. A sanguinare sono piuttosto i circuiti dell’attacco Snow, opener di un ritorno abilissimo nel dosare tutte le componenti dell’arte chimica: l’attacco, la progressione, la carezza.

In molti vedono Further come lo Human After All dei Chemical Brothers. Assolutamente d’accordo ma c’è molto di più: in Dissolve ritorna l’influenza subliminale di Wayne Coyne (Flaming Lips), in K+D+B ci sono NEU! e New Order a salutare dal finestrino. Un inaspettato ritorno. Sarebbe un peccato mortale non dare al duo gli elogi che si merita. Non aspettatevi le canzoni, gli hit, ma una revisione adulta di un sogno eterno fatto di consapevolezza, trasporto, pensiero, gusto e ironia.

8 Giugno 2010
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