Recensioni

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L’11 agosto 1978 usciva C’est Chic, il secondo album della band di Nile Rodgers e Bernard Edwards e il loro capolavoro. Non è solo il contenitore di mostruose pietre miliari della discomusic (genere travolgentemente al picco nel “travoltino” ’78): è un album di pop music a 24 carati, confezionato senza un momento di defaillance, suonato e registrato maestosamente (con il mitico Bob Clearmountain al sound engineering), ancora fresco e attualissimo dopo 40 anni. Intorno al basso di Edwards, alla chitarra di Rodgers e alla batteria di Tony Thompson, gli Chic costruiscono una gioiosa macchina da guerra disco-soul-funk, irresistibile non solo quando innescano missili terra-dancefloor (ormai purtroppo intrisi di profumo di “revival”, quindi necessariamente da ri-ascoltare con orecchio innocente) ma anche negli episodi più languidi (Savoir Faire, con dimostrazione di impressionante padronanza chitarristica di Rodgers; la spiazzante efficacia della progressione armonica di At Last I Am Free) e nei sontuosi downtempo (le splendide Happy Man e Sometimes You Win, dove la voce di Edwards raggiunge in prima fila quelle di Alfa Anderson e Diva Gray – ah, ai cori c’è anche Luther Vandross). Tra i momenti più disco ovviamente spicca Le Freak, che secondo il racconto degli autori era stata composta come sfogo a caldo subito dopo che Rodgers ed Edwards non erano stati fatti entrare allo Studio 54 per il party di Capodanno 1977, pur se invitati da Grace Jones (la prima versione aveva “aah, fuck off!” al posto di “aah, freak out!”). Suonino le campane (le tubular bells di José Rossy in I Want Your Love) per un album elegante e sorridente, stilisticamente perfetto.

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