Recensioni

7.1

Ci ha messo quattro anni abbondanti, ma l’apparente crepuscolo sui ghiacci che campeggiava sulla copertina di The Storm of Silence del 2016, è qui diventato definitivamente un livido strato di brina scura che sembra quasi chiudersi su se stesso. O almeno così si potrebbe pensare guardando la copertina della seconda puntata della collaborazione dei due mondi, per così dire, quella che vede comporre insieme uno dei maestri attuali del minimalismo-ambient – Hatakeyama, radicato negli outskirts di Tokyo – e un improvvisatore prolisso – Serries, che se ne sta da qualche parte in Belgio.

Se già con il disco precedente era impossibile individuare dove finisse il lavoro dell’uno e cominciasse quello dell’altro (nonostante pare che abbiano lavorato “a cascata”, uno dopo l’altro, a partire dalle sessioni impro del belga), in questo secondo episodio per la nostrana (e benemerita) Glacial Movements il discorso va ribadito, sottolineando anche come questa collaborazione rappresenti proprio una modalità espressiva a parte, diversa dalla somma delle due singole metà. Con l’inscurirsi della copertina, sembra che anche la temperatura sia calata, imponendo un senso di stasi ancora maggiore, espresso da una stratificazione di suoni che interagiscono tra di loro in modo ancora più integrato rispetto al passato.

I quattro movimenti che compongono il disco ruotano tematicamente attorno al freddo e al paesaggio del nord, passando lentamente dall’incombenza del gelo dell’inizio a una sempre maggiore apertura spirituale in total white. Il viaggio attraverso uno scoppio (Sprakk), nebbia bianca (Hvit tåke), brina? (Breen, curiosamente anche il nome di una specie extraterrestre in Star Trek) e l’aria gelata (Frossen Luft) è tanto esterno, nel paesaggio immaginario e immaginato del profondo nord, quanto interiore, verso meandri oscuri (o completamente abbacinanti, che poi sembra essere lo stesso), come di in un incontro tra opposti in equilibrio tra ying e yang, come quando ci si scotta con il ghiaccio.

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