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Se siete cresciuti negli anni Novanta, molto probabilmente uno dei vostri idoli d’infanzia è Jim Carrey. Tra il 1994 e il 1997, l’attore – dalle fiere origini canadesi – aveva centrato una serie di incredibili successi planetari diventando così una superstar e uno degli attori più pagati a Hollywood. Basta menzionare pellicole quali Ace Ventura, The Mask e Scemo & più scemo (la cosiddetta triade del ’94), Batman Forever (che al di là delle critiche negative, andò più che bene al box-office), Bugiardo bugiardo. La svolta avvenne nel 1998, quando stanco della maschera buffa che si era ricamato addosso (letteralmente, tanto da essere soprannominato “rubber face”), si dedicò al suo primo vero impegno drammatico: The Truman Show. Il film di Peter Weir valse a Carrey il suo primo Golden Globe, soddisfazione in parte vanificata dalla mancata (e scandalosa) esclusione dalla cinquina per gli Oscar, e lanciò definitivamente la figura di Carrey come attore completo, a tutto tondo, capace di raggiungere corde drammatiche della stessa intensità delle risate fino ad allora provocate.

L’anno seguente arriva alla sua porta la voce di un progetto sulla stessa lunghezza d’onda: Man on the Moon, il biopic sulla vita del comico Andy Kaufman. Carrey è senza parole. Kaufman è il suo idolo di sempre e vuole a tutti i costi la parte. Alla regia c’è il veterano Miloš Forman, già vincitore di due Premi Oscar per Qualcuno volò sul nido del cuculo e Amadeus. Di Carrey non vuole saperne. L’attore decide quindi di mettere da parte il proprio ego e qualsiasi maschera artificiale mostri in pubblico e registra un provino (cosa che non gli era stata più richiesta da anni). Ottiene la parte. Jim & Andy racconta quello che avvenne fuori e dentro il set della pellicola, di quando Carrey assunse l’identità di Andy Kaufman e divenne Andy Kaufman per tutta la durata della produzione, confondendo i colleghi, la troupe, perfino il suo agente. Inimicandosi anche più di una persona (chiedere a Jerry Lawler).

Identità. È di questo che parla il magnifico documentario di Chris Smith, il quale ha rielaborato e montato il materiale che Carrey permise di registrare sul set, con l’aiuto di colleghi e amici (come Lynne Margulies, ex-fidanzata di Kaufman). Una volta terminate le riprese, però, lo studio non gli permise di pubblicarle, perché testualmente, «l’avrebbero fatto sembrare uno stronzo». Impossibile non concordare, adesso che quelle immagini sono state acquistate e distribuite su Netflix lo scorso 17 novembre. A distanza di quasi vent’anni, però, Carrey non è più la superstar di un tempo, il successo al box-office è altalenante, se non nullo, e le sue ultime interviste parlano di rinascita, anche in senso spirituale. Parla di maschere, Carrey, come quelle che ha deciso di smettere di indossare. Si guarda indietro e si confessa terribilmente ingenuo, ma in fondo onesto nelle sue scelte. Spesso l’anima di un comico è più tormentata di quanto non potrebbe sembrare (pensiamo a geni della risata come Bill Hicks o Robin Williams) e Carrey pare aver definitivamente rinunciato alla sua maschera (gli ultimi film a cui ha partecipato – The Bad Batch e l’inedito True Crimes – sembrano virare verso una direzione diversa).

Eppure, il brivido di una produzione come Man on the Moon gli ritorna in mente come un momento di salvezza. Diventò Andy Kaufman per liberarsi – almeno per un po’ di tempo – di Jim Carrey, una figura troppo ingombrante e fastidiosa per uno spirito gioioso, sincero e “di provincia” che rispondeva al nome di James Eugene Redmond. Jim & Andy: The Great Beyond – Featuring a Very Special, Contractually Obligated Mention of Tony Clifton (questo lo schizofrenico titolo completo) è un omaggio all’artista folle, una dissertazione non troppo profonda (e per questo spontanea) sulla funzione dell’attore e del comico nell’odierna società, è un libero flusso di pensieri su cosa sia questa maschera chiamata identità, se sia davvero il nostro modo di approcciarsi alla realtà e, quindi, agli altri, o una semplice scusa con cui giustifichiamo i nostri pregi e difetti. In mezzo, un silenzioso grido di vendetta contro le recensioni americane non del tutto positive che ricevette all’epoca Man on the Moon e che non capirono (nemmeno dopo aver visto il vero Andy Kaufman per anni) che per ritrarre Andy Kaufman bisognava diventare come lui, e che il film era una sua emanazione: sfuggente, esilarante, spiacevole a tratti, confusionario e didascalico insieme, spavaldo e rassicurante. Quelle idiosincrasie, Kaufman le elevò a monumento della sua personalità pubblica, cosa che Carrey non sembrerebbe più disposto a fare.

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