Recensioni

È una bellezza glaciale ed elegiaca quella emanata dalla ricerca musicale della compositrice neo-classica Christina Vantzou, in cui spazio e suono si rincorrono e si ritrovano in un dialogo rarefatto, casa sicura di quell’ambient ormai ampiamente esplorato dalla compositrice americana. Con un’incredibile precisione cronologica l’artista, ormai di stanza a Bruxelles, ha annunciato il quarto album, No. 4, il cui processo di registrazione si configura come un’intuizione tra l’emotivo e il materico, accompagnata da droni silenziosi e gesti delicati.
Coadiuvata da fidati e talentuosi musicisti come Steve Hauschildt, l’ex Dirty Projectors Angel Deradoorian, John Also Bennett, Beatrijs De Klerck e da alcuni membri della band belga Echo Collective, nel continuare la progressione numerica a ben tre anni di distanza da No.3, la Vantzou ha voluto “sfocare le linee gerarchiche” lasciando che i membri del suo gruppo di lavoro venissero coinvolti nel processo stesso di registrazione andando ad aggiungere o cancellare elementi, un atto di grande coraggio e fiducia, ampiamente ripagato dal risultato finale. In No.4 l’artista di Kansas City perfeziona ulteriormente il suo suono privilegiando sempre un certo minimalismo, ma regalando un’esperienza più profonda rispetto ai lavori precedenti, in cui lo scheletro prettamente orchestrale si faceva sentire con maggior peso. Oggi, abbandonate le strutture cinematiche, il sound abbraccia l’esperimento e l’effimero, andando a riempire quel vuoto sconnesso e trasformandolo in un’evoluzione ancora riconoscibile, con un’elettronica che scivola in una sintesi contemplativa. In mezzo a silenzi inebrianti e dissonanze mute, il nuovo lavoro della Vantzou focalizza l’attenzione sugli effetti delle registrazioni sul corpo sonico e sulle possibilità di dirigere la percezione del suono in uno spazio interno. Undici tracce che non perdono nulla in coesione e bellezza, in cui l’intreccio di trame sofisticate ed eclettiche rende ancor più viva la presenza di numerosi strumenti come pianoforte, arpa, vibrafono, voce, archi, marimba, sintetizzatori, gong e campane.
Come un’indolente piroutte, Glissando for Bodies and Machines in Space sembra muoversi in quell’endless space senza confini, senza coordinate, risucchiata dalla forza d’attrazione di un’orbita vocale solitaria e sospesa. Una composizione basata su un loop discendente, un drone profondo e cupo che perde l’equilibrio un attimo prima del climax sonoro, sottile e inquietante. Come inquieta e coinvolge anche la trance di At Dawn, con le sue corde rigonfie e scure, mentre il suono anarchico di Percussion in Nonspace scandisce il percorso primitivo della traccia, come una placenta emotiva di struggente morbidezza. Invasive e sinistre le note di Doorway, cristalline e solenni quelle dell’atmosferica Some Limited and Waning Memory. I fantasmi di Remote Polyphony (in coppia con Steve Hauschildt) si fanno intimi e sacri, all’interno di una composizione cinematica.
Il suono etereo e siderale dell’album si dilata in una epicità argentea dove tutto sembra aprirsi di fronte alla verità del suono, del creato. Christina Vantzou regala la vertigine elettronica di ogni imperfezione, di ogni respiro; la tessitura emotiva di No.4 si manifesta nelle proprietà silenziosamente allucinatorie dei brani: sono linee d’orizzonte e penombra, mappate con sentimento e lungimiranza dalla stessa artista, che narrando della propria insonnia, dona – sotto forma di fughe oniriche – una luce inesauribile che sale dal profondo del nostro inconscio.
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