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Una magnifica illusione che diventa una magnifica ossessione. L’ultimo film di Nolan è tutto qui. Siamo nella Londra vittoriana di fine ‘800 e gli spettacoli di illusionismo sono una delle forme di intrattenimento popolare più in voga. Il pubblico ha voglia di meraviglie e di stupirsi con lo stra-ordinario. Le bocche aperte e gli occhi fissi osservano le artigianali meraviglie degli illusionisti. Allora viene fin troppo facile cedere al sottinteso ricatto di Nolan e interpretare la magnifica illusione/ossessione come lo specchio adamantino in cui si cela il cinema stesso. Stiamo quasi per entrare nel Novecento del resto. Non è dopotutto la stessa ellissi cercata dal Dracula di Coppola? Li erano le ombre cinesi e la lanterna magica, mentre qui sono le meraviglie sul palco a suggerire l’avvento dell’intrattenimento di massa, del bisogno per il popolo, sempre più stretto negli ingranaggi del dopo-rivoluzione industriale, di abbandonarsi ai sogni e ai viaggi sulla luna.

Allora, forse, usando proprio questa chiave riusciremo anche a cedere, noi per primi, all’avvento dello straordinario, dell’irrazionale, della vera magia dello scienziato pazzo Nikolas Tesla e all’incubo del doppio, il doppelganger che si rinnova ad ogni spettacolo sempre identico a se stesso. La tensione di The Prestige gioca a rimpiattino con i due protagonisti/antagonisti. Si cercano e si sfidano e come i Duellanti di Ridley Scott non possono fare a meno l’uno dell’altro. Così come Christopher per scrivere la sceneggiatura del film  ritrova il fratello Jonathan, abbandonato dopo Memento. “Siamo complementari in tutto – dice il regista – perfino nel fatto che lui è mancino, mentre io uso la mano destra”. L’ultimo film di Nolan convince maggiormente proprio in questi due opposti che si attraggono. Il primo, Hugh Jackman, elegante, aristocratico, piacente e scaltro uomo di spettacolo; l’altro, Christian Bale, aggressivo, furbo, proletario e artigiano.

The Prestige è quindi un oggetto strano nel suo essere rétro con distacco, nel suo incastrarsi strategicamente negli ingranaggi dell’immaginario popolare (il cinema, il doppio, l’illusione, l’elettricità, il fantasma di Houdini) e nella sua teatralità vittoriana che dà grande spazio alle caratterizzazioni e trova un Michael Caine davvero imperdibile, una Scarlett Johansson sempre graziosa ma forse stavolta davvero un po’ di troppo, un David Bowie deliziosamente sopra le righe, e due straordinari Christian Bale e Hugh Jackman, ciascuno nelle proprie differenze, a fare da perfette colonne portanti di tutto il film. Il finale è una scatola con doppio fondo che apre un paradosso, così come Memento si chiudeva nel momento del suo inizio. Illusione e ricordo, ossessione e liberazione. L’occhio di Nolan si muove tra questi estremi e li insegue come una falena va dietro a un neon.

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