Recensioni

6.5

Pochi dubbi sul fatto che lo split dei Girls annunciato da Christopher Owens lo scorso luglio abbia chiuso una piccola epopea. Con appena due lavori – Album e Father, Son, Holy Ghost la band si è imposta nell’immaginario collettivo per fatti di costume e soprattutto per capacità di scrittura, arrangiamento e non ultima una cifra stilistica in grado di ritornare ai sempiterni formati 60s e 70s lisergici con gusto contemporaneo (leggi: fuori dalle facili hipsterie). Dietro ai Girls c’erano due persone: Owens che scriveva, cantava e in definitiva rappresentava il cuore melodico e mediatico della band, e Chet White, montatore, coreografo quando non sceneggiature, l’uomo dei microfoni e delle gear, quello in fissa con gli amplificatori e le notti in stanze e stanzoni a rifinire i brani.

Lo split ha rotto un incantesimo e dal ragazzo solitario tutto ci saremmo sapettati – dall’album in cameretta alla Barrett alla raccolta di ballad bucoliche in semiacustico – tranne che un concept album vecchio stampo. Lysandre soprende: il folk psych è la base di ieri e di oggi, ma chi se lo aspettava un lavoro con un main theme in diverse salse e una storia autobiografica e romanzata su un preciso arco temporale (2008-2012) e geografico (San Francisco, New York City e la Costa Azzurra) con in più tanto di field recording e adattamento degli ambienti sonici alle location? Il debutto solista – con una band di sette elementi al seguito – toglie ogni riferimento propriamente rock a un sound marcatamente primi Settanta e caricato di sapori proggy (comunque già presenti nei Girls, ricordate i riferimenti floydiani?). Doug Boehm, già al lavoro con il duo, cura qui una produzione che ricorda il Kevin Ayers di Joy Of A Toy, i Procol Harum più stereotipici ma anche i King Crimson romatici di Island (Here We Go), per una tracklist che non manca di flirtare con gli 80s prendendo spunto dai Dominant Legs (dagli assoli jazz ai fiati tipicamente NY) e, naturalmente, con i fondamenti dell’estetica owensiana, ovvero i 50s.

Il road trip album è stato registrato in uno studio professionale (Hobby Shop Studios) e, contrariamente a ciò che ci si potrebbe aspettare da un talento scostante come Owens, è un lavoro fin troppo rotondo, senza picchi e quell’urgenza espressiva che ha reso alcune canzoni dei Girls davvero indimenticabili. Comprensibile che il trentenne si sia preso una vacanza, musicalmente e umanamente, dalle abitudini più tossiche del duo; coraggioso nel pensare a un album in grande, partendo dalla semplicità e l’immediatezza che s’era incrinata nel rapporto con White. Purtroppo, però, la polpa vera spesso latita, le canzoni rimangono volutamente innocue e, specie a fine scaletta, si scivola nell’anonimato. La produzione colma molte lacune, non riuscendo tuttavia a mascherare la vera natura del disco: un’ampollosa avventura hippie da cartolina.

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