Recensioni

Sorprende Jeremy Shaw. Perché nel 2009 fa ancora un disco di minimal. In controtendenza con la moda 80 che inizia da qui ad ammuffire. Lui toglie tutti quei trucchetti che conosciamo troppo a menadito e azzera il suono, misurando la palette. Basso e voce, qualche synth e tanta anima, come non sentivamo da tempo. Noi, offuscati dalle paillettes e dai lustrini. Il cesello, necessario come non mai, resetta tutto e ci riporta ai novanta delle atmosfere intimiste, a quelle cose che solo Apparat e pochi altri ci avevano regalato. Innestando tutto –come spiegato nel titolo- agli ingredienti base. Dancing e Drugs. Perché in fondo l’essenza della minimal è e sarà sempre e solo questa.
Sei anni dopo Pre-Earthquake Anthem il produttore canadese emigra a Berlino e insieme alla chitarra di Trevor Lawson, alla batteria di Dale Butterfield e al mixing di Colin Stewart dei Black Mountain, viene fuori con una cosa che pulsa Modest Mouse (Hey You Guys), Talking Heads (Dancers), melanconia acustic-folk à la Red House Painters (Timely), visioni slow motion del post-rock à la Ride (Music For Satellites), il tutto mescolato a un dosaggio sapiente di ritmiche che fanno emergere una adorazione per la wave più melodica (l’inno è Ten To One) e per l’electro dark dei Depeche Mode (la stupenda cavalcata di 13 minuti di All Live But The Ending).
Se il richiamo ai 90 è più che esplicito, il di più di questo album sta nella creazione di un suono personalissimo fatto di atmosfere rarefatte che a qualcuno potranno ricordare la Morr, il dark o la DFA (dipende dall’anno di nascita). Shaw va oltre il tempo e consegna alle stampe otto tracce senza sbavature. Non serve aggiungere niente di più. From Vancouver to Berlin. Quadratura del cerchio. Il 2009 inizia in modo stellare. Primo disco dell’anno.
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