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7.8

Blues is actually around you everyday. That's just a feeling within a person, you know. You have a hard time and things happen. Hardships between you and your wife, or maybe you and your girlfriend. Downheartedness, that is all it is: hardship”. Su quest’ultima parola, “hardship”, ovvero difficoltà, traversie, stenti, avversità, prende il via il terzo disco di Haley L Fohr, meglio nota agli appassionati dell’underground americano come Circuit Des Yeux. La voce che si sente è quella di Arthur “Mississippi” Williams, nella celebre A definition of blues che la musicista di Lafayette prende in prestito da un’antologia intitolata Bothered All The Time.

Che fosse la più colta e profonda in mezzo al gruppo presente su XXperiments, era cosa che si intuiva già all’epoca, il 2009, salvo poi farsi sempre più evidente con il progredire delle sue vicende soliste. Messa da parte l’esperienza garage punk delle Cro Magnon, sia Symphone che Sirenum illustravano uno spirito tanto libero quanto contorto. Dischi che la stessa Haley definisce ora “cerebrali” in contrapposizione al nuovo Portrait che è invece faccenda di cuore, di carne e di ossa. Il salto di qualità è quindi netto. Sul piano della forma CDY si tira via da quelle che David Keenan definì “hysterically lo-fi recording environs”, perdendo gran parte dell’umore sfigurato che faceva molto “classically confusing late-night spin”. L’esperienza e gli studi in etnomusicologia aiutano a liberarsi dai fronzoli per arrivare dritti al sodo. La sostanza. Il blues. Portrait si rivela quindi disco dal songwriting profondo e perturbante, sgombrando il campo dagli equivoci dell’ultima generazione lo-fi, composta per tre quarti da gente che senza fuzz, buzz, pedali e nastri non è in grado di scrivere una canzone.

CDY è uno sguardo crudele che osserva gli orrori dietro le porte chiuse dell’American Way Of Life. L’austerità monastica simil Nico di Falling Out cede il passo alla densa ballad folk 3311 che sembra una figlia deforme nata da una relazione tra Jandek e Cat Power. Tetre visioni di vita familiare per nulla idilliaca trapelano in un contesto bianco e nero da thriller morboso “Sometimes it's best to feel nothing at all / When you are living life this way / This is the house that we knew / The 3 of us barely survived / Yellow and bright, what darkness these walls can hide”. Il clima vira al nero horror nell’incubo anfetaminico di Crying Chair, brillante versione moderna dei deliri di Sirenum. Ma è il secondo lato la vera scatola nera del disco. Twenty and Dry è una scarna parabola blues che rivela incubi lunghi come le ombre che arrivano dall’infanzia “Your future is written while past is gone / Your darkest hour has finally arrived / Your mind has gone, what a shameful way to die”. Ancora più ruvida Weighed Down che è blues fino alle ossa, non foss’altro che per le superlative inflessioni vocali che a più riprese fanno rimare “grey” con “grave”: “Oh I am small and frail, but I carry a heavy heart / Full of troubles and woes, broken from the start / Here I sit alone again, night after night it's the same / I fall asleep and wake again / My world's so grey”.

Questa sorta di trilogia della rivelazione si completa quindi con l’accattivante 101 Ways to Kill a Man, che rivela il quadro infimo dell’ultima famiglia americana “Daddy was a junky and her mom was always away / Sixteen years old, Buddy's always working all day / Just trying to survive in an "All American" way”. Portrait non è un disco che si compiace della sua morbosità. E’ un affresco lucido messo in piedi, ancora una volta, in totale autarchia, nella camera da letto, nelle notti insonni. Il sentimento finale che lascia, complice il taglio live della conclusiva cover di Bruce Springsteen, I’m On Fire, è quello di una dolorosa e amara medicina, di quelle necessarie all’anima. Eppure, in fin dei conti, confortante. Come il blues, appunto.

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